DAL BUIO DELL’OCCULTISMO ALLO SPENDORE DELLA LUCE DI DIO

Nel vangelo di Giovanni 14, 1-14, Gesù traccia l’itinerario che conduce la nuova umanità a incontrare il Padre nella solidarietà totale con l’uomo.  La via che Gesù percorre sarà anche quella dai suoi discepoli ma solo quando lo Spirito Santo li avrà introdotti nella conoscenza del suo mistero. I discepoli, che hanno creduto alla sua parola, dovranno accogliere e vivere il precetto del mutuo amore tra di loro. Con decisa chiarezza, il Maestro afferma: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35).Gesù, donando il nuovo comandamento, crea la sua Chiesa che dovrà essere il segno che tutti potranno riconoscere attraverso l’imitazione dell’amore con cui egli ha amato i suoi. Poi espone il modo con cui Dio diventa “una cosa sola” con i membri della comunità viva e vera. Si hanno così due aspetti dell’esodo: la comunità in cammino e la presenza di Dio in mezzo ai suoi. La condizione per attuare questa presenza è l’identificazione del gruppo con la singola persona e il messaggio di Gesù attraverso l’amore per lui e la pratica dei suoi comandamenti (14, 15-26). Gesù, assicurando che la comunità non sarà sola nel suo cammino, promette l’invio di un nuovo “soccorritore”, lo Spirito di verità. Gesù tornerà a essere presente fra i suoi e sarà vincolo di unità con il Padre. Il Padre e Gesù abiteranno in ogni credente attraverso la pratica del comandamento dell’amore. Per Gesù, l’amore è condizione essenziale per vivere i suoi comandamenti che sono la prova e l’espressione concreta dell’amore per lui (14, 15-21). Chi non ama Gesù, infatti, non può amare il prossimo come lui vuole e chi non ama il prossimo non può amare Gesù come lui vuole. Egli per la prima volta annunzia l’amore dei discepoli per lui. La fede in lui, infatti, denota un’adesione personale che culmina nell’amore. L’adesione a lui si trasforma così in configurazione a lui e così i comandamenti, perdendo il carattere d’imposizione, diventano esigenza per vivere d’amore. Vivere d’amore significa essere come lui, a questo, infatti, conduce la forza dello Spirito che rende capaci di vivere in sintonia con Gesù. L’effetto dell’amore, che porta il discepolo a identificarsi con il suo Maestro, diventa un’attività mediatrice presso il Padre per la comunicazione dello Spirito Santo. Gesù si presenta come primo “Paraclito”, e lo Spirito Santo Paraclito come colui che continua la sua opera presso i discepoli. Questo è il sublime dono del Padre, offerto mediante la preghiera del Figlio. Il termine “Paraclito” applicato allo Spirito, significa il “Soccorritore” che aiuta in qualsiasi circostanza. Lo Spirito, infatti, ha un duplice ruolo: all’interno della comunità, mantiene vivo e interpreta il messaggio di Gesù (14, 26); nel confronto della comunità e mondo, dona sicurezza ai discepoli e li guida a interpretare le coordinate storiche d’amore (16, 7-15). Finché è stato con i suoi discepoli, Gesù li ha istruiti, guidati e protetti (17, 12). D’ora in poi sarà lo Spirito il loro permanente soccorritore. Lo Spirito della verità s’identifica con la stessa verità (1Gv 5,6) e dona la verità che è lo stesso Gesù. Il Paraclito è la verità su Dio perché rivela la forza del suo amore, e la verità sull’uomo, perché l’amore è la vita comunicata, che fa conoscere all’uomo il progetto di Dio su di lui e lo mette in condizione di realizzarlo. Per accogliere il Paraclito, però, è necessaria la fede altrimenti non lo si vede e non lo si riconosce. Ai credenti è promessa la dimora dello Spirito in loro e quindi la conoscenza diventa familiarità. Il mondo, nell’accezione negativa, non può accogliere il Paraclito né tantomeno può vederlo e riconoscerlo. Il mondo, infatti, vivendo nella “menzogna”, propone come valore ciò che è contrario al disegno di Dio. Questo, riducendo o sopprimendo la vita dell’uomo, produce la morte che è incompatibile con la vita.

Intanto il Maestro prepara i suoi discepoli al momento della sua assenza donando loro tutte le sicurezze che evitano le inquietudini (cf 14,18-21). Egli, infatti, non li lascerà orfani soli, abbandonati e indifesi. Nell’Antico Testamento, l’orfano è il prototipo di chi è alla mercé dei potenti e nei cui confronti si commettono tante le ingiustizie. L’assenza di Gesù non sarà definitiva perché promette il suo ritorno entro breve tempo. Dopo la sua morte, il mondo cesserà di vederlo perché egli non si manifesterà. Soltanto i suoi discepoli potranno vederlo e contemplarlo. La comunione di vita tra Gesù e i suoi è descritta come visione. I discepoli, infatti, parteciperanno alla sua vita per mezzo del suo Spirito. Questi rapporti sono analoghi a quelli che uniscono Gesù al Padre: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi»  (14, 20). Gesù ai suoi discepoli comunica lo Spirito che procede dal Padre e li rende altresì capaci di conoscere che Lui e il Padre sono “uno” ed essi, a loro volta, nella comunione dello stesso Spirito, sono “uno” con lui.Gesù è identificato col Padre, perché ha lo stesso Spirito e la stessa pienezza d’amore. I discepoli lo sono con Gesù attraverso l’amore per lui e per i fratelli, che è lo Spirito ricevuto. Questa è la perfetta unione della comunità con il Padre attraverso Gesù: «Tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato»  (17, 21.23). L’essere “uno” è la sublime esperienza di unità teandrica, cioè la comunione di vita fra Dio e l’uomo.  I credenti saranno in Cristo come Cristo è nel Padre. Si costituisce così un nucleo da cui irradia l’amore: la comunità identificata con Gesù e, attraverso di lui, con il Padre, realizza l’azione salvifica di Dio nell’umanità. L’obbedienza di fede è sostanzialmente amore perché dischiude il credente a una vita di comunione i cui protagonisti sono lo Spirito, il Figlio e il Padre. L’amore consiste pertanto nel vivere gli stessi valori di Gesù e nel comportarsi come lui. Il vero amore non è soltanto interiore ma visibile: un dinamismo di trasformazione e di azione. La somiglianza con Gesù, effetto dello Spirito d’Amore, provoca una risposta d’amore da parte del Padre che vede realizzata nell’uomo l’immagine del Figlio suo: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 23). Il Padre e Gesù, che sono “uno”, rispondono all’unisono. Il Padre, infatti, considera come figli i credenti che ama allo stesso modo con cui Lui ama il Figlio e quest’ultimo li vede come fratelli. In Gesù si realizza la teofania, perché è lui il santuario in cui Dio abita (2, 21), è lui il luogo dell’incontro, nello Spirito, tra Dio e l’uomo. La presenza di Dio nella comunità cristiana e in ogni suo membro, così come Gesù la descrive, muta l’antico concetto di Dio e il rapporto dell’uomo con lui. Di fatto, Dio era concepito come una realtà esterna all’uomo e distante da lui. La relazione con Dio si stabiliva attraverso mediazioni, la prima delle quali era la Legge, dalla cui osservanza dipendeva il favore di Dio. Egli reclamava l’uomo per sé, questi appariva dinanzi a lui come servo. Il mondo restava nella sfera del “sacro” e quindi bisognava uscirne per entrare in quella del “santo”, dove si trovava Dio. Nell’esposizione di Gesù è descritta la venuta dello Spirito, di Gesù e del Padre; con questa immagine spaziale viene significato il cambiamento di rapporto tra Dio e l’uomo. La comunità e ogni suo membro si trasformano in dimora della divinità, la stessa realtà umana diviene santuario di Dio. In questo modo Dio “desacralizza” l’uomo, per santificarlo. Non vi sono più, quindi, ambiti sacri in cui Dio si manifesta al di fuori dell’uomo stesso. Il Padre pertanto non è più un Dio lontano, ma colui che si avvicina all’uomo e vive con lui, facendo comunità con gli uomini, oggetto del suo amore. La ricerca di Dio non esige che lo si vada a cercare al di fuori di se stessi, ma che ci si lasci incontrare da lui, che si scopra e si accetti la sua presenza attraverso un rapporto, che non è più quello di servo/signore, ma di Padre/figlio. Questo nuovo rapporto dell’uomo con Dio implica il nuovo rapporto dell’uomo con l’uomo. Modello è Cristo, cui il credente si assimila. Dio rivela la sua presenza e stabilisce la sua comunione con l’uomo.

Nel dono di sé agli altri si realizza l’incontro con il Padre. Il Padre, amore assoluto, e perciò assoluto dono di sé, si rivela in Gesù come colui che si dona per dare vita all’uomo. Scompare così la mediazione della Legge: l’unica legge è Gesù, in cui il Padre, attraverso il suo Spirito, ha realizzato il modello di uomo. Dio Padre non vuole che l’uomo sia per lui, ma che, vivendo di lui, sia come lui, dono di sé, amore assoluto: questo è il comandamento nuovo trasmesso da Gesù. All’uomo spetta dunque accoglierlo e incorporarsi nello Spirito di Dio, che tende a espandersi in un continuo dono. La vita interiore dei credenti non è sola esperienza psicologica ma vita che si apre sul mistero dell’esperienza partecipativa con la comunione trinitaria. Essa non è ingenua fiaba illusoria che provoca relitti archeologici ma esperienza di vita sorretta e illuminata dal soffio dolce e forte dello Spirito, vivificante e divinizzante, che fa nuove tutte le cose.  Vivere da configurati a Cristo è già vivere in luce di divinizzati.

Giuseppe Liberto

IL CANTO DELLO SPIRITO

“Lo Spirito parla nel silenzio che poi esplode nel canto: quando lo Spirito parla, tace la voce; quando lo Spirito tace la voce canta”. Questa suggestione spirituale di san Gregorio di Nissa ci istruisce che dal felice connubio tra Silenzio e suono, tra Mistero e arte, è fiorita una delle più affascinanti avventure dell’uomo, corpo e spirito, visibile e invisibile, tempo ed eternità, incarnazione e trascendenza: la preghiera in canto, voce dello spirito umano! Essa è arte che esprime quella realtà viva che si sviluppa nella forza dello Spirito per introdurre l’orante nel Mistero di Dio che si rivela all’uomo e del mistero dell’uomo che entra in comunione con Dio attraverso quella bellezza che è il riflesso epifanico della Gloria divina. Dio si manifesta e l’artista lo mostra. Dio canta il suo Verbo e lo dona, l’artista incarna il Verbo e lo canta. La preghiera cantata diventa così rivelazione teandrica. La Parola rivela e lo Spirito trasforma. Come la Parola fatta carne per opera dello Spirito non fa nulla senza lo Spirito, così ogni opera spirituale è dono e frutto dello Spirito.

Scrive A.D. Sertillanges: “La preghiera è musicale per natura; come ogni parola che si esalta, essa va incontro al canto” (Preghiera e musica, Vita e Pensiero, MI 1954). Tutto ciò che è carico di pathos ed è espresso in forma musicale, diventa una sorta di pre-melodia che è quasi canto della parola. Che cosa è più carico di pathos, d’intensità di sentimento, se non la preghiera? Essa è duetto d’amore sponsale con Dio, a Lui tende, a Lui si rivolge. Il canto della preghiera liturgica non è vacuo accessorio o puro diletto estetico ma vita della stessa preghiera che prende la sua forma espressiva completa. Il canto così diventa preghiera. Nel canto della preghiera liturgica si attualizza il dialogo tra la Parola di Dio che si rivolge all’uomo e la risposta dell’uomo che, attraverso la Chiesa, risponde a Dio con la sua stessa parola. Questo gesto d’amore è espresso ora con l’inno di lode per le grandi cose che Dio compie in noi, ora con il rendimento di grazie per la salvezza realizzata in Cristo, ora con la supplica, l’invocazione e l’intercessione. Ogni espressione di preghiera in canto è sempre dettata dall’amore.

Realizzare arte verbo-melodica è percezione dell’invisibile Mistero. L’arte, infatti, si misura sempre con il Mistero ineffabile, essa non è foto-copia del mondo reale. L’artista opera arte per urgenza interiore di verità, per palpitanti suggestioni del cuore che esplode quando vuole avventurarsi nell’infinita molteplicità delle sue impressioni ed espressioni. L’arte vera è ascolto di sentimenti che aprono sentieri inesplorati in quel mistico giardino di meraviglie che incantano. L’arte vera è processo di creatività, è trasfigurazione di nuove luci, di variegati colori, di suoni inediti e ammalianti. Il vero artista, pur rimanendo fedele alle esigenze tecniche, deve possedere altresì l’audacia di creare il nuovo, altrimenti non supererà mai quella sorta di “pio archeologismo” che blocca ogni creatività della ragione filtrata dal cuore. L’arte vera deve fare sempre passi in avanti per non morire nel “già detto”. L’arte spirituale è soglia che nasconde e rivela, vela l’ineffabile e svela l’invisibile. Essa è tutta simbolica: mette insieme realtà di ordine diverso per poi sconnetterle in un continuo divenire tra concordanza e dissonanza di luci e di penombre, di silenzi e di suoni. L’arte è il grembo fecondo in cui l’amata bellezza si genera e si rigenera. La bellezza non conosce la separazione cartesiana tra spirito e corpo perché tutto passa attraverso il corpo mentre raggiunge lo spirito. La bellezza spirituale, come l’amore, è arte che, quando raggiunge il cuore, lo fa esplodere nel canto! Il travaglio della ricerca artistica spinge sempre verso inedite luci verbo-melodiche che sono canto ed enigma: canto per il cielo ed enigma per la terra, attraverso il fuoco creativo della passione che, come il roveto ardente sul monte Sinai, brucia, infiamma e non consuma.

L’informe è costantemente in cerca della forma così come, un tempo, le nebulose diventarono soli, stelle, lune e terre. Ogni composizione artistica è creazione e rischio perché è un donarsi con tutte le proprie forze senza frenare gli slanci creativi che si agitano all’interno di se stessi e che portano verso regioni ancora vergini della pura arte. E così si spicca il volo verso architetture semplici o complesse che sono danze in dissonanze, anche se le orecchie sorde, mal preparate o impigrite, sono incapaci di riconoscere le sinfoniche armonie della spiritualità. La gioia che esplode da un cuore che ama, germina sempre nei fecondi giardini della nobile semplicità. Cos’è la nobile semplicità nella celebrazione liturgica? Non c’è nulla di più difficile al mondo della nobile semplicità perché essa è l’ultimo traguardo dell’esperienza assieme all’ultimo sforzo del genio!

La storia ci insegna che certa mentalità sociale che non lascia posto al nuovo, fa di tutto per abbattere il profeta e annientare la sua arte, al fine di integrarlo nel giro disarmonico della sciatta e banale consuetudine e dell’inespressiva popolarità volgare. Il vero artista è profeta scomodo perché trasmette inquietudini di ricerca, mette a nudo i luoghi comuni, le false certezze e le menzogne. Essendo un anticonformista, rifiuta la menzogna, lotta e persevera per annunziare la verità nella carità. Se l’arte ha una storia luminosa e continua a vivere nel tempo, è perché non si ostina a percorrere sentieri già battuti. La profezia artistica è vita e fecondità di ogni vera arte. Nella creazione, a differenza degli altri esseri viventi, soltanto la creatura umana è capace di parlare e di cantare la parola. L’uomo è somaticamente predisposto a parlare e a cantare perché lo strumento è in lui, anzi, è lui stesso.Il gesto del cantare è proprio dell’uomo che sta al centro ed è il vertice della creazione. Nella divina Liturgia, dove la Parola si fa canto, la Fede si fa incanto di trasfigurante amore.

Giuseppe Liberto

O ALBERO GEMMATO NEL GIARDINO!

Così canta il celebre inno della Croce nella Liturgia bizantina del VII secolo:

Oggi è sospeso al legno

Colui che ha sospeso la terra sulle acque,

Cinto di una corona di spine, il Re degli angeli.

Una porpora vergognosa riveste Colui che ha avvolto il cielo di nubi.

Riceve degli schiaffi,

Colui che nel Giordano liberò Adamo.

Appeso con dei chiodi, lo Sposo della Chiesa.

Trafitto da una lancia, il Figlio della Vergine.

Adoriamo la tua passione, o Cristo;

mostraci anche la tua gloriosa Risurrezione.

La tua croce, o Signore,

è vita e risurrezione per il popolo tuo.

La Festa dell’Esaltazione della Croce, che in Oriente è paragonata alla Pasqua, sorse in Gerusalemme ed è legata alla tradizione secondo la quale l’imperatrice Elena, madre di Costantino I, dopo una rivelazione, ricevette l’ordine di andare a Gerusalemme per ritrovare i luoghi santi ormai nascosti. Socrate Scolastico, nella sua Storia ecclesiastica, ci tramanda il resoconto del ritrovamento della Croce. Nella narrazione dice che Elena, fatto distruggere il tempio pagano costruito sopra il Santo Sepolcro, trovò tre croci e il titulus crucis posto sulla Croce di Gesù. Macario, vescovo di Gerusalemme, fece imporre le tre croci, una dopo l’altra, sopra il corpo di una donna inferma la quale, al tocco della terza croce, guarì improvvisamente. Questa croce fu identificata con quella autentica sulla quale fu crocifisso Gesù. Da questa “leggenda” nacquero due feste: la prima, chiamata “Ritrovamento della Croce”, fu celebrata il 3 maggio; l’altra, detta “Esaltazione della Croce”, il 14 settembre. Tutte e due avevano come oggetto il ricordo storico del ritrovamento della Santa Croce.

Nel secolo V, anche la pellegrina Egeria parla di queste due Feste, ma in realtà si tratta dell’anniversario della Dedicazione di due basiliche, quella del Martirium, costruita sul Golgota e quella dell’Anastasis sul Sepolcro di Cristo. Egeria scrive che questa memoria anniversaria si celebrava con la massima solennità poiché ricordava, appunto, il ritrovamento della Croce. Il 14 settembre, almeno sin dal secolo VII, sembra la data fissata per fare memoria dell’evento. In Occidente, la festa cominciò a essere celebrata al tempo in cui papa Sergio (687-701) scoprì un frammento della Croce che da allora fu esposto alla venerazione dei fedeli. La storia ci tramanda che il giorno del Venerdì Santo la santa reliquia era portata dal Laterano alla chiesa di S. Croce in Gerusalemme e, dopo il bacio e l’adorazione dei fedeli, era riportata al Laterano.

La Croce è adorata per il mistero di redenzione contemplato nel suo aspetto d’immolazione, attraverso la quale viene la vittoria sul peccato e sulla morte. È paradossale il fatto che questo strumento di umiliazione e di morte, diventi segno di esaltazione e di vita. Si tratta di celebrare Gesù Cristo, il Figlio del Padre che ci ha salvato, e continua a salvarci nello Spirito, grazie alla sua morte e alla sua gloriosa risurrezione.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù, rivolgendosi ai cristiani del futuro e insegnando loro che la verità su di Lui non consiste nell’inerte ricordo di fatti remoti, ma nella sua indefettibile presenza – quella in cui vive la Chiesa nell’oggi della storia – con maestosa semplicità dice: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono» (Gv 8,28).

Io Sono” è la definizione del Dio della Gloria (Es 3,14), ed è equivalente al nome di Iahwè, cioè di “Colui che è”. Si tratta allora della vittoria essenziale di tutto il genere umano. Ormai è vinto il senso della colpa ed è distrutto per sempre lo stesso peccato, perché Cristo «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1Pt 2,24). 

Il libro dei Numeri ci narra la celebre storia del serpente di metallo nel deserto, non strisciante ma issato su un’asta. Tutti gli Ebrei, morsi dai serpenti velenosi, guardando quella figura, non morivano. Dio voleva educare il suo popolo per liberarlo da una religione naturale e magica che era quella dei cananei e puntare invece lo sguardo di fede su Jhwh, unico salvatore-guaritore. Nell’incontro notturno con Nicodemo, al culmine del monologo rivelatore, Gesù spiega che quel segno era figura di Lui e dice: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna»  (Gv 3,14). San Giovanni usa la parola “innalzato”, in greco upsozenai, per indicare sia l’innalzamento di Cristo sulla croce sia l’esaltazione gloriosa. La Gloria non è premio alla croce, ma la stessa Croce è già Gloria: l’Elevatio Crucis è Exaltatio Gloriae. La croce, lungi dall’essere un segno di fallimento, è trionfo e gloria. L’esaltazione designa, infatti, il potere regale di Cristo.

Nel quarto canto del Servo di Jhwh, Isaia, con tocco profetico, istruisce che l’esaltazione del “Servo”, dopo le sue sofferenze, era considerata come l’esercizio di un potere regale: «Ecco il mio Servo… sarà esaltato» (52,13). «Perciò io gli darò in premio le moltitudini e con i potenti dividerà i trofei» (53, 12). Il tema dell’abbassamento-esaltazione è anche cantato da Paolo nella lettera ai Filippesi: Cristo si è umiliato, Dio l’ha esaltato (cf 2, 5-11). La Croce è l’abisso dell’abbassamento ma anche l’apice dell’esaltazione nella glorificazione pasquale. Ogni nostra vittoria è sempre inchiodata su quel legno mortale di umiliazione e di esaltazione.Canta l’antifona d’ingresso: «Di null’altro mai ci glorieremo se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore; egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione… Per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (cf Gal 6,14).

Da quel primo Venerdì Santo, l’ora terza rimane inchiodata nella mente e nel cuore di ogni uomo che vive, nel tempo della storia redenta, il mistero di Cristo morto e risorto. Da quel Venerdì Santo, la Croce gloriosa l’abbiamo sempre sotto gli occhi, la portiamo tra le mani, appesa al collo, tra i grani del rosario, in cima agli altari. Il Cristo in croce è dipinto su tela, è scolpito nel legno, è fatto di bronzo o d’argento, d’oro o di madreperla. C’è però il pericolo che rimanga puro ornamento di un prezioso oggetto d’arte! Se la bellezza artistica fa dimenticare il dramma dell’agonia e della morte di quell’ora terza sino all’ora nona quando lo crocifissero, abbiamo tradito il Cristo Redentore. Quell’arte non sarà bellezza che salva ma arte che distrugge.

Il Cristo della beata Passione deve essere contemplato con gli occhi del cuore della Madre e con lo sguardo d’amore di Giovanni, il Discepolo che Gesù amava, altrimenti saremo dei veri traditori dell’Amore che redime. Nell’incontro della risurrezione, anche se non è dato, come a Tommaso, di toccare con le mani il segno dei chiodi, a noi è dato, nel mistero dell’Eucaristia, di poter sfiorare per grazia il Pane spezzato e offerto sulle mani per nutrirci di Lui. Nello stupore della transustanziazione, il sacerdote celebrante canta: «Mistero della fede!». E l’assemblea, avvolta dallo stupefacente Mistero, risponde acclamando: «Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Ogni celebrazione eucaristica è l’apice dell’esaltazione gloriosa della Croce. L’Eucaristia esalta il mistero di morte e di risurrezione di Cristo. La Chiesa, con la parola e l’azione, ne annunzia e ne proclama il valore infinito che trascende lo spazio e il tempo e che si perpetua sempre immutato con tutta la sua potenza di vita sino all’eternità beata.

Giuseppe Liberto

STUPORE IN CANTO

Quando sulle labbra si ha la parola “amore”, ma non si pronunzia con il gusto del cuore, quella parola è priva di vita. L’intelligenza del cuore è meravigliosa quando è mediata dallo sguardo dello stupore. Le Sante Scritture ci istruiscono che il gesto del cantare sta nel cuore della grande storia d’amore della salvezza.

Ricordiamo Mosè!

La visione del roveto ardente fa vibrare il cuore di Mosè. Egli, mentre vede le fiamme del roveto, ascolta la voce di Dio che gli dice: «Io sono». La visione e l’ascolto diventano esperienza estatica dell’incontro con Dio: ed è già stupore!

Quando poi Mosè vede tutto quello che Dio compie per liberare il suo popolo, attraversato il Mar Rosso, con la presunzione d’amore di chi contempla il gesto divino, intona il celebre cantico della liberazione, ed è già stupore: «Voglio cantare al Signore, perché ha mirabilmente trionfato…Mia forza e mio canto è il Signore, Egli è stato la mia salvezza»(Es 15,1).

Quest’esperienza estatica la provano anche i tre discepoli il giorno della Trasfigurazione di Gesù quando contemplano il suo corpo in luce di splendore e ascoltano la Voce dall’alto che dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». Essi contemplano “il visibile dell’Invisibile”, ascoltano “il nome dell’Innominabile” ed è già stupore che fa cantare a Pietro: “Rabbi, è bello per noi essere qui» (Mc 9,7.5).

Ricordiamo Maria di Nazareth!

Dopo la rivelazione della volontà di Dio, Maria, ricolma di meraviglia, dice all’angelo dell’annunzio: «Come avverrà questo!» (Lc 1,34). La Vergine del Fiat diventa la Madre del Signore! E poi, nella visita a Elisabetta, il mistero dello stupore si trasfigura in canto di lode e di rendimento di grazie. La Vergine Madre, contemplando le grandi cose meravigliose che Dio opera in lei e nella storia dell’umanità, invasa dallo Spirito, per celebrare, nell’entusiasmo della fede, il suo Dio e il suo Signore, intona il Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta il Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e santo è il suo nome»(Lc 1,46-49).

Ricordiamo Paolo di Tarso!

L’apostolo inserisce il canto spirituale all’interno di una catechesi tipicamente battesimale, e lo fa sgorgare da quel cuore dove s’incarna abbondantemente la parola di Dio. La Parola, accolta nella profondità del cuore, porta i suoi frutti in tutti i membri della comunità attraverso l’edificazione reciproca. Nel canto, raggiunge una forma particolare che è espressione di stupore e di gioia, di comunione e di pace: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza, istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori»(Col 3,16).

Ricordiamo Giovanni!

Nell’Apocalisse, l’apostolo scrive che tutti quelli che avevano vinto la bestia, accompagnati da arpe divine, cantavano al Signore che li aveva salvati, il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello: «Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie, o Re delle genti!»(Ap 15,3).

Ricordiamo Francesco d’Assisi!

In Francesco, l’incanto della contemplazione si trasfigura in “Cantico delle creature”.Per Francesco, pregare è amare cantando. L’in-canto contemplativo in lui è già preghiera d’amore. Questa sinfonica comunione tra amore e canto ha origine e inesausta sorgente nel Dio di Cristo che si rivela a noi come Amore riversatonei nostri cuori.

L’amore divino, di cui è ricolmo il cuore del Poverello d’Assisi, sgorgando dal cuore, fiorisce sulle sue labbra, come sublime litania di purissima lode e rendimento di grazie: «Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so le laude, la gloria e l’onore e onne benedizione… Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature».

Ricordiamo il canto dei cristiani!

La preghiera in canto dei cristiani scaturisce sempre dallo Spirito di Cristo e da Lui è sempre ispirata. Il canto della Chiesa, infatti, nasce come carisma e come dono squisito dello Spirito Santo. Siccome lo Spirito è Amore del Padre e del Figlio, il canto in Lui diventa sublime espressione d’amore. Amore vero, pieno e duraturo. Cantare amantis est, afferma sant’Agostino. Canto e musica sono il linguaggio proprio di chi è capace di percepire l’amore divino che si rivela in canto.

Il canto a Dio non può essere puro risuonare di emozioni soggettive né sola ricerca di echi di un Dio lontano, invisibile e sconosciuto. Cantare a Dio è esperienza ed espressione di un amore donato e accolto, vissuto e ridonato. Il gesto del cantare è frutto dell’ammirazione, della sorpresa e della meraviglia, facendo vibrare le profondità dell’animo di chi cerca amando e di chi attende sperando. Il fascino del cantare è percezione dell’ineffabile Mistero di Dio che ci rende capaci di entrare nell’intimità di comunione con Lui. È Cristo l’Inno che il Padre ci ha consegnato, e continua a donarci, attraverso il dolcissimo venire-restare sempre con noi nella celebrazione del Mistero pasquale, trionfo dell’Amore e della Vita: cantare l’Amore è celebrare la Vita. Il Creatore di “tutte le cose visibili e invisibili”, catturato dallo stupore nel vedere le cose belle e buone da lui create, cantava i suoi Fiat ornando di bellezza il mondo.

Nella vita del credente, l’esigenza del canto sgorga dalla pienezza del cuore e dall’esperienza di fede amata e vissuta. Rendere grazie al Signore e cantare all’Altissimo sono manifestazioni vive di entusiasmo interiore che accende il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, alla gratitudine e alla meraviglia, alla gioia e al dolore, alla supplica e al pentimento, alla contemplazione e all’estasi. L’uomo biblico, che fa esperienza di Dio, è sempre creatura entusiasta perché è capace d’amare ed è quell’amore che si fa canto.

Dal canto d’amore di Adamo all’Amen dei redenti nell’Apocalisse, dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti al Magnificat di Maria, dai duetti d’amore di Lui e Lei nel Cantico dei Cantici all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste, tutto è un fiume melodico di canti e di suoni che esprimono purissima lode e appassionata gratitudine a Dio.

Nel battesimo cristiano, il rito dell’Effatà, parola aramaica che Gesù pronunciò per la guarigione del sordomuto, vuole significare che quel bambino battezzato è chiamato a diventare il credente che, ascoltando la parola di Dio, la rivela al prossimo con le labbra del suo cuore e con lo stile della sua vita. Oltre l’ascolto della Parola, anche il canto liturgico della Parola deve diventare stile di vita. Sant’Agostino, nei suoi Discorsi, così afferma: «Siamo veramente beati se, quello che ascoltiamo, o cantiamo, lo mettiamo anche in pratica. Infatti, il nostro ascoltare rappresenta la semina, mentre nell’opera abbiamo il frutto del seme. Premesso ciò, vorrei esortarvi a non andare in chiesa e poi restare senza frutto, ascoltare cioè tante belle verità, senza poi muoversi ad agire» (23 A,1).  

Giuseppe Liberto

IL VOLTO E LA MASCHERA

Il falso gioco è sempre stato il peggiore frutto dell’ipocrisia, somiglia a una sorta di assassinio che non lascia impronte. Chi poi dovrà giudicare, userà la fantasia della menzogna per uscire immune dal districato labirinto degli imbrogli nei quali si corre il rischio di cadere. Si evita il dialogo, si scombinano le carte, si prezzolano i falsi testimoni. 

Abbiamo sempre sognato la vittoria che si raggiunge attraverso il dialogo e non quella dello sfidarsi a duello. Si sa che i duellanti sono sempre degli sconfitti. Occorre dialogare con chiarezza, senza furbizia; mostrando la verità, senza inganni; partendo alla pari, senza interporre palizzate. L’alveo del dialogo è trasparenza nel rispetto della reciprocità: la sacralità della persona è intoccabile! L’ipocrisia del “falso” che si erge a giudice e a maestro, è sempre atteggiamento ripugnante.

Chi è l’ipocrita? È l’individuo che dissimula facendo il doppio gioco. È chi salva l’apparenza svuotata dal suo contenuto. L’ipocrisia è la contraddizione dell’uomo con sé stesso: tra quello che dice e quello che fa, tra quello che pretende di fare e quel che fa in realtà. Anche il falso credente, preso dal gioco della vanagloria religiosa, non ha più coscienza, finge di credere, per cui la sua apparenza esteriore contrasta con la realtà interiore. L’evangelista Matteo scrive una pagina chiara che dipinge gli ipocriti con le terribili parole che Gesù rivolge loro: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché assomigliate a sepolcri imbiancati, i quali, all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità» (23,27-28). In greco, la parola anomia indica, appunto, “iniquità”, “cupidigia”, discrasia, cioè, tra quel che appare agli occhi e quel che non si vede. 

Gesù rimprovera agli ipocriti di avere solo una giustizia esterioresenza essere interiormente giusti: «Pulite il di fuori del bicchiere e del piatto, mentre il di dentro è ripieno di rapina e d’intemperanza» (Mt 23,25). Cristo condanna anche quell’ipocrisia che porta a fare spettacolo del bene davanti agli uomini per essere visti da loro, come quando si digiuna, si prega, si fa elemosina, per farsi vedere (cf Mt 6,16). I farisei ipocriti digiunano realmente, ma solo come segno esteriore svuotato della sua realtà religiosa; praticano il digiuno non per Dio, ma per attirarsi la lode degli uomini; lo stesso fanno con la preghiera e l’elemosina. Fingere di pregare è quanto di più detestabile si possa fare. Si tratta di una sorta di schizofrenia religiosa che determina una pericolosa dissociazione tra l’interiore e l’esteriore.

Come ci insegna il Maestro Gesù, sappiamo che, nei campi del mondo, grano e zizzania crescono insieme. Rimaniamo, perciò, pienamente convinti che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi:nel cuore dell’uomo, infatti, nascono, crescono e convivono insieme grano e zizzania, male e bene, bontà e cattiveria. Ènecessario perciò saper distinguere sempre il bene dal male, per rigettare il male e far fruttificare il bene.

Si sa che tra bianco e nero esiste una grande varietà di toni, sappiamo anche che bisogna distinguere il bianco dal nero per poter tranquillamente giocare con i grigi. L’ambiguità, però, è una delle malefiche arti luciferine: il “portatore di luce” è il principe delle tenebre. Il diavolo nero, afferma san Paolo, è rivestito di angelo bianco. Si dipinge il bianco, proponendo il nero; si canta la luce, offrendo le tenebre. I cosiddetti “scaltri” elaborano e manipolano un mondo su loro misura e lo sofisticano a propria volontà. Dipingono fantasmagorici scenari ed eseguono sontuose sinfonie per ingannare lo sguardo e deviare l’udito.

Il dialogo in cui crediamo è sempre quello di chi si deve incontrare con gli altri per smettere di proclamare “dogmi” a danno del prossimo. Se tutti siamo alla ricerca per la conquista della giustizia nella verità, la verità nella carità e la concordia nella pace, attraverso lo stile della mite amabilità, non appena qualcuno condanna il suo simile e lo distrugge con il delitto della maldicenza, chiaramente dimostra di essere un falso individuo e un integralista di pessima fattura.

Dio è essenzialmente relazione d’Amore, tanto che il Figlio s’incarna per dialogare con gli uomini. Dio è dialogo perché è Amore. Chi non sa amare, chi non è capace di provare nobili sentimenti, è sempre pronto a usare le mani, non per stringerle con i fratelli, ma per scagliare pietre contro di loro, talvolta anche con le mani di inetti collaboratori. Quelli che sulla terra hanno usato le mani per scagliare pietre, potrebbero non ritrovare il cielo perché non sono degni di essere chiamati “persone”, non sono altro che opachi individui senza volto e senza cuore. 

La verità non si costruisce con la subdola vendetta dell’ipocrita,ma con l’esplosione della verità fatta carità. Svendersi di fronte alla pseudo verità significa farsi schiavi della menzogna che, per ottenere vittoria, ha bisogno di guerreggiare con i falsi giochi dell’ipocrisia. Ogni distruzione provocata dalla guerra è sempre a danno dell’uomo e nessuno potrà mai quantificare l’entità del danno. La causa e l’origine del danno prodotto dall’uomo al suo simile sono sempre e comunque mancanza di umanità e segno di barbarie. Chi potrà mai indicare il colpevole quando il degrado tocca menti e cuori di tutti? È sempre facile e comodo puntare il dito e fare ricadere le colpe sull’“altro”, occultando le proprie responsabilità. 

Nessuno in assoluto può ritenersi innocente e senza colpe, tranne il Cristo. È Lui che distrugge ogni falso gioco d’ipocrisia attraverso la riconciliazione con Dio. Per capire come Dio attua questo piano di redenzione, san Paolo si esprime con un paradosso: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21). Questa espressione, teologicamente forte e ardita, ci spiega come “Dio ha fatto il Figlio peccato per noi”, cioè, lo ha considerato un peccatore per consentire all’uomo di diventare “giustizia di Dio” che Cristo comunica agli uomini instaurando tra essi e Dio un rapporto di figliolanza e di amore analogo a quello che intercorre tra il Padre e il Figlio. L’ipocrisia distrugge quest’opera ricreatrice realizzata da Dio in Cristo. L’ipocrita non saprà mai accogliere, nella stessa casa del padre, il fratello che, pentito, ritorna. Nella gioia della vera fraternità, non saprà mai intonare, col suo volto di maschera, il cantico di festa della “creatura nuova”.

Tutti i conflitti sono sempre frutto di egoismi, arrivismi, discordie, invidie e gelosie. Il Vangelo di Cristo è l’unica luce e la sola forza e, se vissuto sul serio, può garantire armonia e concordia, unità, giustizia e pace. Comunità di falsi credenti senza Vangelo sono soltanto agglomerati di sette ipocrite in perpetuo conflitto tra di loro. Soltanto la verità di Cristo, creduta e vissuta nella carità, ci farà liberi e credibili.

Si è soliti dire: “Se tu non appari, non conti”. Nella vita, il mito dell’apparire senza essere è insipienza e sconsacrazione. “Epifania” è Sapienza e Consacrazione, è grembo della Verità accolta e vissuta nella carità. Sei accolto per quello che sei e per come lo vivi. Non “maschera” ma “volto”, non trucco ma luce degli occhi che riflette l’amore del cuore. L’essere credenti appare dal come si vive l’esperienza della libertà che, animata dalla carità, spinge, nella concordia, al servizio fraterno. 

Giuseppe Liberto

L’ARTE DEGLI INCONTRI

È indiscusso il valore della storia. È storia il pellegrinare degli uomini tra le meraviglie del cosmo nell’affascinante e drammatico cammino delle civiltà. Gli uomini: attori liberi e originali che interpretano il vivere quotidiano all’interno dell’energia dello spazio nel fluire misterioso del tempo! La storia non va soltanto scritta: essa, innanzi tutto, è vissuta, assumendosi ciascuno le responsabilità dirette in bene o in male.

Comunicare agli altri i propri pensieri, le proprie esperienze, le proprie ansie, i propri problemi, la propria visione della vita, è componente essenziale dell’essere creature umane che ricercano la verità per il fecondo servizio alla società. Soltanto l’egoista, alle soglie dell’autodistruzione, chiude sé stesso in un lugubre mutismo preoccupante e degenerante. Comunicare agli altri per donarsi, comprendersi e arricchirsi, e per offrire frutti di bontà e di bellezza, significa donare un volto nuovo alla storia. Quel volto nuovo che riesce a scavalcare il limite di una natura invecchiata e si offre come una possibile novità di vita. Sì, perché la novità dellavita non è quella di un solo giorno, ma quella di tutti gli attimi della giornata, all’interno di uno stile umano di vita nobile e semplice.

Sono sempre più convinto che la vita è l’arte degli incontri. Per poterli mettere bene a fuoco c’è bisogno del filtro del tempo che, nel silenzio evocatore, matura e illumina ogni cosa. Nei ritmi dello scorrere del tempo, che incalza e non dà tregua, gli eventi avvolgono la nostra esistenza e ci sorpassano. Ci sono incontri che stravolgono e opprimono, altri che si spengono nel buio della dimenticanza, altri che coinvolgono e restano scolpiti nel cuore della memoria, altri ancora che permangono come punti preziosi e luminosi. In questa esperienza di rapporti concordanti, una mano invisibile e misteriosa scrive il canto della storia nell’in-canto di quel fluire sinfonico di armonie che intesse lo scorrere della vita.

Perché comunicare con il prossimo? Faccio mia la celebre frase di Pascal: “le coeur a ses raisons que la raison ne connait point. Il dialogo fraterno è dono dal cuore a chi è capace di accoglierlo nelcuore. La gratitudine per il dono reciproco si esprimerà permettendogli di diventare fecondo. Anche lo “scritto” ho sempre considerato un “incontro” che si sviluppa in un dialogo che è fraterna conversazione a tu per tu, tra incontri e ricordi, tra memorie e presenze, tra gioie e dolori. L’amico, anche quando tace, non smette mai di ascoltare col suo cuore silente poesie senza parole e canti senza voce. Nella rugiada delle piccole cose, il cuore che ama scopre sempre il suo mattino nel silenzio dell’aurora di luce e ne rimare estasiato. Il soffio della vita è come luce dal sole in splendore. Come l’arcobaleno distende sulla tela del creato i suoi colori di luce, e come il flauto volge in musica del cuore i sussurri sonori d’amore, così gli incontri cor ad cor esplodono in energie vitali che spronano a compiere le grandi azioni in unitas cordium, forza motrice capace di creare nuova umanità concorde che riconcilia gli opposti nell’armonia di una sinfonica danza cosmica. Come Dio rivela sempre il suo Amore divino nel roveto ardente che brucia senza consumare, così ogni vero amore umano è sempre fuoco di verità e di libertà per costruire fraternità. Purtroppo, la pandemia di un certo tipo di rapporti umani è terribilmente pericolosa perché distrugge la verità di ogni fraterna carità.

Tutta l’esistenza dell’uomo credente si articola all’interno del rapporto filiale “Io – Tu” tra Dio Trinità e l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Nel rapporto con il suo Creatore,la creatura umana non è vista come “specie” ma come “singola persona”. In tal modo Dio parla al cuore dell’uomo e questodialogo avviene all’interno di tutto ciò che fa e che avviene. Com’è possibile parlare a cuore a cuore con Dio se l’uomo vive nella superficialità distrattiva e disincarnata? Dio parla sempreall’uomo se nel dialogo il cuore dell’uomo è vivo, è attento all’ascolto e, in entusiasmo, è disponibile all’azione obbediente.Questo incontro “io – tu” bisogna instaurarlo anche nel dialogo con i fratelli in umanità: tutti creati a immagine e somiglianza di Dio. Sappiamo che la vita oscilla tra l’intimità della persona e l’esteriorità del mondo, tra la profondità del cuore libero e operante e l’immensità della creazione. La fraternità umana non è teatralizzazione di sé stessi, ma verità dell’umiltà nella vera carità.

La civiltà dev’essere sempre espressione di umanità, rispetto,comunione e riguardo per la dignità sacra e intoccabile della persona umana. È segno di barbarie, per esempio, dare quotidianamente in pasto al pubblico le sventure degli altri. Èurgente educare la persona al silenzio dell’interiorità, allontanarla dalla verbosità snervante, distraente e schizofrenica di questo mondo in subbuglio, per convogliarla verso la pace interiore dovesi possa riscoprire sé stessi ed essere capaci di vivere in concordia con gli altri. All’uomo contemporaneo, confuso da mille inquietanti interrogativi, prosciugato da ogni entusiasmo, amareggiato da aride e disperate certezze, aggredito da una crisi di fede drammaticamente radicale, bisogna dire con forza cheall’“essere superficiale” è necessario sostituire l’“essere profondo” della persona. Solo il silenzio eloquente e fecondo è capace di “dare occhi” al cuore per vedere la realtà della nostra esistenza e “dare voce” alla bocca per annunziare ai fratelli parole di verità per vivere d’amore.

Giuseppe Liberto

MARIA ASSUNTA NELLA GLORIA

Come mai un avvenimento così importante è custodito dalla Chiesa antica nel mistero del silenzio? Il primo autore che ha rotto questo silenzio è Epifanio, vescovo di Costanza (Cipro), vissuto nella seconda metà del IV secolo. Il vescovo, costatando che nelle divine Scritture non si accenna alla morte della Madre di Gesù, scrive: “Certo è che quando l’apostolo Giovanni si recò in Asia, da nessuna parte si dice che egli avrebbe preso con sé la Vergine Santa. La Scrittura a questo proposito ha mantenuto il silenzio più completo a causa della grandezza del prodigio; per non suscitare uno stupore eccessivo nell’animo degli uomini. Personalmente non oso parlarne. Preferisco impormi un atteggiamento di riflessione e di silenzio” (Panarion 78,11).

Basilio Magno, nel suo trattato sullo Spirito Santo, scrive una riflessione illuminante e afferma che nelle verità di fede occorre distinguere i “cherigmi” dai “dogmi”. I primi sono verità contenute nella santa Scrittura e devono essere proclamati per la diffusione del Vangelo. I “dogmi” non sono contenuti nella Scrittura ma sono stati trasmessi dagli apostoli nel “mistero”. Il termine “mistero” definiva anche la celebrazione liturgica o sacramentale, per cui talune verità erano insegnate durante la celebrazione della liturgia. Basilio, precisando che i dogmi e i cherigmi, in rapporto alla fede, hanno la stessa forza e la stessa importanza, afferma: “Se, infatti, rigettassimo le verità non scritte come non importanti, agiremmo contro il vangelo…I nostri padri non avevano forse imparato a coltivare nel silenzio il rispetto per i misteri?” (De Spiritu Sancto 27).

Lex orandi lex credendi. Il popolo cristiano orante ha sempre creduto che Dio, con la Vergine Madre, si sarebbe comportato in modo diverso da come ha fatto con tutte le altre creature. Maria, pur essendo creatura umana, ebbe il privilegio di essere Immacolata Concezione e dalla “dormizione” sarebbe poi passata al pieno compimento della gloria in paradiso. Il popolo cristiano, professando il Credo, ha intuito che nelle parole semper virgo era rivelato il mistero dell’Assunzione in cielo di Maria in corpo e anima. 

Al di là delle profonde argomentazioni e dei complicati sillogismi, lo Spirito Santo illumina la mente con maggiore splendore della fioca luce affaticata dell’intelligenza umana. I primi cristiani eranoconvinti che Colei che era stata abitata dallo Spirito sin dalla sua concezione non poteva conoscere la corruzione della sua dimora all’interno di un sepolcro di morte. Teodosio d’Alessandria (566) attribuisce a Gesù, venuto da sua madre nell’ora della morte, queste parole: “Alzati dal tuo letto, o corpo santo, che fu per me un tempio!”. Giovanni XXII afferma che “la Santa Madre Chiesa fervidamente crede e suppone con evidenza che la beata Vergine fu assunta in anima e corpo” (Cum nobis, 17 maggio 1324). Sarà Pio XII, il 30 novembre del 1950, a proclamare solennemente il dogma. 

La solennità dell’Assunta non può essere solo ricordo di un mistero che attrae e stupisce, è anche memoria di un trionfo anticipato che infonde speranza di vittoria sulla morte e sicurezza che anche noi, uniti a Cristo, come sua Madre, sublime modello del nostro destino, saremo assunti in cielo. Dio, infatti, ha abitato in Lei per abitare anche in noi.

Il Prefazio dell’Assunta, seguendo l’antica tradizione cristiana, così canta: “Oggi la Vergine Maria, madre di Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, è stata assunta nella gloria del cielo. In lei, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza. Tu non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita”.

La solennità dell’Assunzione di Maria ci ricorda che tutti siamo cittadini del cielo e che, “quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli(2Cor 5,1).

Oggi, in mezzo alle nostre agitate giornate ricolme di occupazionie preoccupazioni, possiamo contemplare il nostro ultimo e definitivo destino della vita: la gloria eterna con la Santissima Trinità, con Maria e con tutti gli angeli e santi.

Oggi, l’Assunta in corpo e anima alla gloria dei cieli ci rivela il valore autentico del corpo umano. L’uomo non è pietra, non è pianta, non è animale, non è mummia inerte che rimarrà imbalsamato per tutta l’eternità, ma la speranza ci assicura che i nostri corpi di morte saranno vivificati dallo Spirito di Cristo che abita in noi (cf R8,11) poiché siamo templi dello Spirito Santo che abita in noi.

Oggi, l’Assunzione di Maria ci fa intravedere la visione della speranza realizzata nella gioia della beatitudine eterna. Maria, spezzando i vincoli dello spazio e del tempo, ci apre il paradiso della gioia e ci lancia verso la libertà e l’eternità sperata.

Oggi, Maria ci invita a ordinare la vita in una gerarchia di valori e a viverla secondo il monito di san Paolo: “cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio (Col 3,2).

Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Lumen Gentium, cosìscrive: “Assunta in cielo, Lei non ha interrotto questa sua funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna” (n. 62).

San Germano, patriarca di Costantinopoli, quasi indeciso tra lodare la vita di Maria o esultare nella festa che la celebra, così s’interroga: “Intonerò lodi alla tua convivenza con i mortali, o celebrerò la gloria della tua Dormizione per passare alla vita immortale, il giorno della tua Assunzione, secondo lo Spirito?”(IV Omelia mistagogica).

San Paolo, parlando della nostra risurrezione, illumina i cristiani di Corinto con queste parole: “Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo, venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte (1Cor 15,20-26).

Con frasi elevate e toccanti, il Concilio Vaticano II così esprime il mistero dell’Assunzione di Maria: “Finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori e vincitore del peccato e della morte” (LG 59). Poi continua: “La Madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa, che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (LG68).

La Vergine Madre di Gesù, al termine della sua vita mortale, non poteva, dunque, essere consegnata alla dissoluzione della morte, ultima nemica: questo è il destino di noi peccatori, non il suo! Maria anticipa e assicura il traguardo della nostra speranza. Noi non saremo mai Chiesa se non apparteniamo a Cristo con tutto il nostro essere e agire, lasciandoci coinvolgere con Maria e come Maria nella preghiera che magnifica il Signore per la misericordia che ci ha donato e per le grandi cose che ha compiuto in noi. Il viaggio della risurrezione e dell’assunzione ha bisogno della speranza alimentata dalla pazienza, da non confondere con la disperanza dell’ignavia o con la pigrizia spirituale. La vita cristiana è vivere l’attesa che Cristo ritorni, perché solo il suo ritorno ci salverà. 

Giuseppe Liberto

IL MISTERO DEL CIBO CHE DIVINIZZA

I Giudei, ormai, capiscono sempre meno perché non sono capaci di collocarsi sul piano della fede. Alle orecchie degli ascoltatori nella sinagoga di Cafarnao, l’annuncio di Gesù inizia a prendere una prospettiva inattesa. Scompare, infatti, la parola “pane” e viene annunziato che il vero cibo è la sua carne: «Io sono pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?»(Gv 6,51-52). È interessante notare come Gesù arrivi alla rivelazione attraverso una logica progressiva: innanzitutto con il rifiuto della logica del miracolo (6,26), poi con l’identità tra la parola e il pane di vita (6,35) e infine con l’identità tra il pane di vita e la sua carne.  I passaggi di questa progressiva rivelazione provocano lo scandalo.

Il pane del cielo è ormai la stessa carnediGesù che è dono della sua persona e annienta per sempre la morte di chi lo mangia. Queste parole rivelano l’effetto vivificante della sua Incarnazione e preannunziano la sua morte come sorgente di vita per mondo. Per chi lo ascolta, l’invito a mangiare la sua carne, ridotto solamente al gesto materiale, è un’assurda antropofagia cannibalesca. Anche Nicodemo rifiutò l’invito di Gesù secondo il quale, per rinascere, sarebbe stato necessario rientrare nel grembo della propria madre.

Sappiamo bene che, nel linguaggio biblico, la “carne” è il segno della fragilità dell’uomo, cioè del suo essere votato alla morte. La “carne”, malgrado la sua impotenza, diventa principio di comunione. Il sangue è anche la vita. La Bibbia, infatti, proibisce non soltanto di versare sangue, ma anche di nutrirsene perché la vita appartiene solo a Dio. “Carne e sangue” designano dunque l’essere umano nella sua totalità. La reazione immediata dei Galilei è l’indignazione, prima “mormorano” (v. 41) e poi “guerreggiano” (v. 52). Per loro era tollerabile l’immagine del “pane di vita”, ma assurda l’idea che un uomo potesse dar da mangiare la propria “carne”. Per avere la vita eterna, si rifiutano di dipendere da Gesù. Il rifiuto degli ascoltatori, dunque, è duplice: Il primo rigetta l’Incarnazione del Verbo, il secondo respinge la morte redentiva dello scandalo della Croce come sorgente di vita eterna. Gesù, però, riafferma con insistenza che è proprio Lui il pane del cielo e insiste con decisione che il vero discepolo, per avere la vita eterna, deve accogliere la rivelazione del sacrificio del Figlio dell’uomo.

Dopo un duplice solenne Amen, Gesù riprende il discorso del “mangiare la carne” e lo rinforza con il “bere il suo sangue”. Per evitare malintesi non dice soltanto “la mia carne” ma “la carne del Figlio dell’uomo”, cioè, il Figlio di Dio nel suo compiere il volere del Padre attraverso l’Incarnazione e la Redenzione.

Nel Nuovo Testamento, il binomio “carne e sangue” esprime l’aspetto di tutto l’uomo. Mangiare e bere è il gesto che stabilisce la relazione reciproca che esiste tra il Figlio Gesù e il credente. Essi sono associati alla relazione che unisce il Padre che è nel Figlio e il Figlio che è nel Padre. Ecco il mistero che si compie in noi: la relazione che c’è tra il Padre e il Figlio genera la relazione tra il Figlio e il credente che si nutre di Lui. La manna donata da Dio nel deserto e la Legge data da Dio sul Sinai erano soltanto prefigurazioni del vero “pane” che è Gesù. Frutto di questa fede è la dimora mutua del Figlio e del credente. Egli, nutrendosi di quel Pane di vita, dopo la morte compirà il passaggio alla vita eterna. Ed ecco la sorprendente novità che annuncia Gesù: «Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»(Gv 6,58). 

San Paolo, scrivendo ai Corinzi, afferma: «Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga»(1Cor 11,26). L’Eucaristia è l’attualizzazione del dono che il Figlio dell’uomo ha fatto di sé stesso per l’uomo. La condivisione del Pane e del calice del Vinosimboleggia e attualizza la comunione del credente con Gesù che vive nel Padre suo e Padre nostro.

È noto che san Giovanni non ha raccontato l’istituzione sacramentale dell’Eucaristia. Il racconto dell’ultima Cena è simbolizzato dalla lavanda dei piedi che significa la consegna della carità fraterna compiuta da Gesù. Nutrirsi con il sacramento del Pane di Vita significa aderire pienamente alla persona di Gesù, il Figlio di Dio incarnato che salva il mondo con la sua redenzione e per opera dello Spirito Santo immerge l’umanità all’interno dell’amore trinitario. Quel rimanere in Lui ed Egli in noi suppone dialogo d’amore divinizzante e intima reciprocità trasformante.

Il paradosso delle opere di Dio si ricapitola nella divina Eucaristia perché è l’estrema espressione di quell’amore con cui Dio ha amato il mondo (v. 51). Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica sono presenza di Cristo reale. È lui che parla a noi quando si leggono le sante Scritture, è Lui che si dona a noi quando ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue. Chi non si nutre dell’Eucaristia, che è la Carne e il Sangue del Signore Gesù, non vive. Il mangiare e il bere sacramentale sono il mezzo sublime per essere in comunione personale con il Verbo Carne che si fa Cibo di Vita, rendono divino colui che lo mangia e, inebriandolo di divinità, gli assicurano la risurrezione nella gloria. 

Quando si celebra l’Eucaristia, si eviti la concezione magica modellata sui sacri riti pagani. Le celebrazioni non si riducano a realtà cosificate e abitudinarie, asettiche e stancanti. Non si stravolgano i santi Riti con le sceneggiate teatrali servendosi di canti e musiche che sono soltanto per la nobiltà concertistica o per lo spettacolo divertente che attrae e stordisce.

Nella celebrazione dell’Eucaristia, chi t’invita e ti aspetta è il Creatore di ogni bellezza e di ogni bontà. È il Padre che t’invita, ti accoglie festante, ti riveste con abiti nuovi e ti nutre col cibo della sua bocca. Entriamo, dunque, nella Sala del mistico Banchetto, dove il nostro Dio e Padre attende chi ama per donare, fare vedere e gustare quanto è buono e soave il suo Amore per noi. Cristo ci invita a consumare le sue Nozze con noi:«Beati gli invitati alla cena di nozze dell’Agnello». Nel banchetto eucaristico mangiamo la carne e beviamo il sangue di Gesù attingendo da lui la sua stessa vita che è la vita eterna. Non si tratta di un incontro a distanza fatto soltanto di parole, ma di un incontro personale che ha come modello l’estasi suprema dell’Amore. Non si discuta, dunque, e non si guerreggi sul come avviene, ma spalanchiamo il cuore al credere nel mistero, cantandolo in entusiasmo con le labbra e con la vita. Anche un’antifona semplicissima che diamo in cibo all’assemblea celebrante dev’essere sempre condita di gustosa sapienza, con il melos squisito e raffinato della vera bellezza.

Giuseppe Liberto

VERBO E PANE DI VITA

Nella sinagoga di Cafarnao, Gesù è nuovamente provocato dai Galilei sulla storia della manna. Essi cercano Gesù non per essere guidati alla fede, ma perché sono spinti dalla visione del pane del miracolo con cui si sono saziati. La ricerca del miracolo è sempre una tentazione. Bisogna saper distinguere i doni dello Spirito dalla manna del deserto. Per la folla il “segno” si ferma nella sua apparenza come miracolo di fame saziata. Per Gesù invece, il “Pane del cielo” è la sua Persona che assume il significato di espressione d’amore.  Gesù non vuole rendere l’uomo schiavo con i miracoli, Egli ha sete di una fede nata dalla libertà di coscienza e non dai gesti miracolosi. L’uomo deve seguire Cristo perché è attratto e conquistato dalla sua persona, altrimenti non cercherebbe Dio ma i suoi miracoli. Andare in cerca di miracoli è tentazione che piega il Signore nell’alveo dell’utile che va in cerca di doni materiali. La fede così s’intorbidisce e la preghiera diventa ricerca di se stessi e di “ciò che perisce”. Coloro che hanno avuto in abbondanza quel tipo di pane, ora sono invitati a desiderare il Pane celeste che è donato dal Figlio e che è lo stesso Figlio che si dona per divinizzare chi se ne nutre con amore. I Galilei invece hanno fermato la loro attenzione sul gusto dei pani terreni con cui si sono nutriti e saziati. Gesù invece contrappone l’unica “opera di Dio” che è appunto accogliere l’Inviato mandato da lui nel mondo. I Galilei sono disposti a credere in quest’uomo che sta parlando, ma con la condizione che manifesti la sua missione con un segno adeguato. Essi sono sempre più chiusi nei confronti di Gesù che rinnova il segno della manna e per questo respingono l’omelia sul Pane di vita.

Il capitolo 16° dell’Esodo racconta il gesto paterno di Dio che, come padre amoroso, imbandisce, nell’arido deserto del Sinai, il banchetto della manna, prodotta dalla corteccia di una tamerice sinaitica da cui si estraeva un lattice a forte potere nutrivo. Certamente essi non s’ingannano nel fondare la loro fede in Dio sul dono della manna che significava la Legge. Fermandosi alla manna, bloccano ogni rivelazione futura. Gesù, per illuminarli, risponde che il gesto di provvidenza della manna ora si sta attuando in forma suprema e definitiva. Lo stesso Padre che la diede, ora offre all’umanità affamata e stanca il vero Pane di Dio, quello che dà compimento alla figura della manna e alle promesse della Legge.

Il vero pane di Dio è colui che «discende dal cielo e dà la vita al mondo». Nel racconto di Giovanni, Gesù per ben sette volte ripete che questo pane discende dal cielo. Quel pane è il mistero concreto dell’Incarnazione del Verbo, che si fa carne della nostra umana natura, e della Redenzione in cui Gesù consegna se stesso in sacrificio e diviene principio di vita eterna. La manducazione di questo cibo non interessa il nutrimento corporeo, ma la vita di fede. Lui, che è il Pane di vita, lo afferma con decisione: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»(6, 35). Gesù s’immerge così nell’intimo dell’esistenza umana. L’assimilazione del cibo materiale è soltanto un’immagine della configurazione a Cristo che offre la sua persona come alimento di vita del credente e come totale comunicazione di se stesso alla sua creatura. Gesù è il Pane-Parola disceso dal cielo. Lui donerà la vita per il mondo promettendo la sua “inabitazione” in chi crede. Attraverso il linguaggio del mangiare-bere, il credente avrà parte alla vita di comunione con Dio. Con la “sete”, il linguaggio simbolico supera l’immagine del “pane”. Anche la Sapienza invita coloro che lo ascoltano a condividere il suo pane e a bere del suo vino squisito: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate… Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete» (Sir 24,19.21).

Dopo essersi identificato col Pane della vita, Gesù conferma che è disceso dal cielo come Dono del Padre, perché quelli che lo accolgono saranno pienamente saziati. Da qui, con un’interrogazione di sorpresa, ha inizio la mormorazione collettiva da parte dei Galilei per lo scandalo della doppia provenienza di Gesù: l’origine celeste da lui affermata e l’evidenza della sua generazione che non viene dal cielo. Attestando l’anagrafe civile che Gesù risulta essere figlio di Giuseppe, rifiutano di credere a un mistero che supera la loro ragione. La fede è grazia, non è il risultato di bravura intellettuale. La grazia è dono che si può rifiutare con presunzione e arroganza. Verso il dono si può mormorare con indifferenza e diffidenza.

Nel racconto biblico della manna, Giovanni assimila i Galilei mormoranti agli antenati dalla dura cervice che, attanagliati dalla fame, nel deserto mormorano contro Mosè che li ha fatti uscire dall’Egitto. Il verbo “mormorare” indica rifiuto di credere alla volontà di Dio. Intanto, Gesù, rifiutando il dialogo a quel livello, li invita a non mormorare, tanto la verità trionfa sempre. E la verità conferma che non è il Figlio a far conoscere il Padre, ma è il Padre che attira gli uomini e li orienta verso il Figlio. Dio Padre è all’origine e alla conclusione della missione del Figlio e anche all’origine dell’accoglienza da parte dell’uomo. Quest’attrazione, che sgorga dall’infinito amore divino, è cantata mirabilmente da Osea: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare»(Os 11,4).Sant’Agostino così commenta: «Non pensare di essere attratto per forza. Anche l’amore è una forza che attrae l’anima… Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci… Dammi un cuore che ama e capirai ciò che dico» (In Jo 26,4). Il cuore del credente, attratto dal Padre, crede alla sua Parola che è il Figlio, e si lascia avvolgere dalla grazia. Solo chi vive questa sublime esperienza di fede ha la vita eterna.

Appare ben diversa la natura del pane di vita rispetto alla manna che è solo un simbolo. Nell’ultima parte del discorso si compie un salto di qualità e si passa dal pane dato da Gesù (v. 27) al pane che è Gesù stesso. Il Maestro, infatti, risponde: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane disceso dal cielo perché chi ne mangia non muoia» (6,48-50). L’opposizione fa vedere la sorte degli uni e degli altri: con la manna c’è la morte; con il pane che è Cristo, c’è la vita. I padri che mangiarono la manna sono morti così come muore ogni uomo; Gesù, invece, è il pane che ha in sé la forza della risurrezione per vivere eternamente. Il segreto dell’esistenza umana non consiste solo nel saper vivere, ma anche nel conoscere ciò per cui si vive. Il credente, attraverso il pane di vita offerto da Cristo, viene immerso nella vita divina per partecipare al suo essere. San Paolo parla del modo di vivere dell’“uomo nuovo” che ha imparato a conoscere Cristo. L’“uomo vecchio” mormora sempre, è diffidente e si lascia attrarre dalle “passioni ingannatrici”.

Il linguaggio della liturgia è quello della fede che porta la novità di vita grazie all’Eucaristia. Nel mondo della preghiera cristiana questo linguaggio, sia pure in crisi, alla radice ha comunque la fede che sempre fa percepire il mistero oltre il senso e la ragione. Da questa visione di fede prendono significato le parole sul pane di vita. Gesù afferma con decisione di essere proprio lui il Pane della vita identificandosi con la sua stessa carne: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (6, 51). Gesù non intende la parola “carne” come semplice corporeità dell’organismo umano ma nel senso della sua condizione mortale. Il “vivere in eterno” non rivela la sola sopravvivenza dopo la morte, ma l’ingresso a partecipare della stessa vita divina.

Nel Prologo, Giovanni canta: «E il Verbo si fece Carne» (1,14). Il Verbo, essendo lo stesso Gesù che si fa carne della nostra umana natura, esprime l’idea del mistero vivificante dell’Incarnazione. Gesù, assumendo la nostra umana fragilità, unendosi a noi diventa nostro pane. Ogni distanza tra Dio e l’uomo è abolita perché il Cristo dimora in ogni credente. Il Pane della Parola e il Cibo di Vita sono ormai energia soprasostanziale per il vivere nel nostro quotidiano deserto in attesa di essere immersi all’interno del suo essere divino.

Giuseppe Liberto

SPIRITO E CORPO IN ARMONIA

In chi possiede una vera personalità, non esiste “fuori” o “dentro”, perché il valore di una persona non si misura da riferimenti spaziali. Non si tratta tanto di dare un giudizio filosofico o di estetica stilistica esteriore, ma di comportamento che talvolta fa trasparire una stima esagerata dell’“esterno” e una crisi depauperante dell’“interno”. È l’entità spirituale dell’uomo che si rivela nella sua corporeità. Quando spirito e corpo si armonizzano, la visibilità diventa trasparenza dell’interiorità. Oggi si nota una sorta di prevalenza dell’apparire più sull’essere. La stima esagerata di un eccesso di “visibilità” porta alla vanità e perfino alla menzogna dei rapporti umani sino al fariseismo più menzognero e nauseante. Quello che preoccupa è che questo modo di “autoporsi” finisce per diventare uno stile che provoca la mancanza di fiducia negli altri, con conseguente non credibilità.

Lo stile dell’apparire è ormai di moda. “Moda”, come disse Pio XII, ha lo stesso etimo filologico di “modestia”. Oggi, purtroppo, la modestia non è più di moda. Se non appari e non fai spettacolo di te stesso e delle tue cose, non conti nulla, non vali niente. Il guaio è che la teatralità di sé stessi, per essere popolarmente accolta con urla, consensi e applausi, degenera nella sottocultura della volgarità. Si sa che i capricci della moda portano a ostentare quella specie di esuberanza popolare o popolana in modo da essere irresistibili in ogni circostanza. Se la moda pubblicitaria, in certe sue creazioni, diviene ridicola, è d’obbligo manifestarla “seriamente” dimenticando i valori essenziali dello spirito e le verità eterne dell’essere. Quando l’uomo si dà alle vanità, inesorabilmente vive di surrogati dell’apparenza. Da qui nascono l’agitazione, la stanchezza, il malumore, la falsità, la violenza e ogni sorta d’inquietudine. Le leggi dello spirito non sono la somma di cose sensibili moltiplicate all’infinito:la sola quantità non darà mai la veraqualità.

Siamo convinti che la dialettica dell’apparire sia in profonda antitesi con quella dell’essere. Anche se per alcuni l’essere è una parola che non significa niente, tuttavia non si riduce all’apparire che appare e poi scompare. Chi cerca soltanto l’apparire senza preoccuparsi di essere, piomba inesorabilmente nel ridicolo e nel nulla. È necessario, dunque, avere vivo il senso e il valore effettivo e insostituibile dell’essere per testimoniarlo con lo stile di vita e per non rimanere vittime dell’ipocrisia e della menzogna. Quando si riceve o si compra un titolo, un ruolo, un incarico, l’individuo, talvolta, cambia volto, interpone distanze, smorza o spegne i rapporti di amicizia o di cordialità che c’erano prima e si erge sul piedistallo del valore labile dell’apparire, mortificando quello effettivo dell’essere. Con il trascorrere del tempo e i casi della vita, l’apparire può cambiare e invecchiare, generando inconsistenza e tristezza, mentre l’essere è sempre fonte di serena stabilità e motivo di feconda gioia.

In una delle sue parabole, Gesù ci ha parlato della casa fondata sulla roccia e di quella fondata sulla sabbia (cf Mt 7,24-27). Si tratta di un esempio eloquente che illumina la differenza tra l’essere e l’apparire. Nella misura in cui si dà spazio allo spirito, l’“essere” dona vita e vitalità all’“apparire”. Gli stessi miracoli che Gesù compie non sono azioni taumaturgiche destinate all’applauso e alla vanagloria, essi rivelano il mistero della sua presenza e della sua missione che guarisce e salva, che annunzia il Regno e libera l’umanità dal male. Il credente è quella creatura umana che cerca Dio nel Figlio suo Gesù. La ricerca della fede non punta a fare spettacolo religioso, ma a rendere visibile il gesto di Dio che si accosta alla povertà e al dolore dell’uomo e, nel Figlio, lo condivide e lo trasforma. L’apparire di Dio in Cristo è dato dall’incontro tra l’incerta e fragile speranza umana e l’essere divino di Gesù che ci afferra per mano, ci solleva, ci guarisce e ci salva.

I miracoli che Gesù compie sono, dunque, il segno efficace che il Regno di Dio è iniziato e che la salvezza e la liberazione di Cristo trasformano tutto l’uomo donandogli la guarigione più profonda che tocca la radice della sua libertà e lo abilita al servizio squisito della carità. I gesti della visibilità del Verbo sono, dunque, rivelazioni della sua divinità fatta carne per redimere la nostra umana natura.

Disarmante nella sua semplicità, è emblematico il modo con cui Marco descrive la guarigione della suocera di Simone: Gesù «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva» (Mc 1,31).I verbi usati dall’evangelista per descrivere i gesti della tenerezza divina, sono quelli della “risurrezione”: egeír, la stessa forza dell’Essere divino apparirà e agirà nella resurrezione di Gesù; diaconéo, servizio: la guarigione abilita al servizio. La Chiesa e il credente, che fanno esperienza dell’Essere divino che si rivela attraverso la parola di speranza generata dalla Risurrezione, devono testimoniare la luce che da essa proviene nel servire i fratelli, altrimenti è truffa.

San Paolo istruisce i Galati con queste incisive parole: «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà… mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri»(5,13).  C’è differenza, allora, tra “testimonianza” e “ostentazione”, così come c’è differenza tra “verità” e “ipocrisia”. È esemplare il gesto di Gesù non appena compiuto il prodigio: dopo aver curato i malati, il Signore lasciò Cafarnao e «si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35). La giornata era cominciata con la preghiera pubblica nella sinagoga e adesso, dopo aver guarito e consolato, Gesù si rifugia nella solitudine della preghiera: ecco l’esempio per il credente! L’uomo sapiente è la persona umile che, come Gesù, dà testimonianza evitando qualsiasi auto-teatralità in cerca di consensi e di applausi.

Si è soliti dire: “Se non appari, non conti”. Nella vita, il mito dell’apparire senza essere è insipienza e sconsacrazione. “Epifania” è Sapienza e Consacrazione, è grembo della Verità accolta e vissuta nella carità. Sei accolto per quello che sei e per come lo vivi. Non “maschera” ma “volto”, non trucco ma luce degli occhi e amore nel cuore. L’essere credenti appare dal come si vive l’esperienza della libertà che, animata dalla carità, spinge, nella concordia, al servizio fraterno. La vera fede, non quella apparente e coreografica, ha un’importanza fondamentale per la conoscenza delle realtà essenziali per essere, per vivere e per prendere decisioni valide sia nell’ambito dell’esistenza del singolo, sia in quello della vita comunitaria e sociale.

Virtù fondamentale per vivere la verità dell’essere è l’umiltà. La mancanza di umiltà o, peggio, la falsa umiltà, annullano la verità dell’essere e fanno esplodere la menzogna dell’apparire. L’uomo umile, dopo ciò che ha realizzato, è sempre consapevole della grande sproporzione che rimane fra ciò che si è e le grandi realtà della vita. Di fronte al marasma di teorie, di mode, di ideologizzazioni, è urgente riprendere in mano la ragione e ricercare la verità che è dentro di noi e nel mondo che ci circonda.

Bisogna sempre ricercare, innanzitutto e soprattutto, la verità nella dimensione trascendente che è Cristo, Parola del Padre. È lui la sorgente della Verità assoluta, è lui la personificazione della Verità che illumina e dà senso e ragione all’esistenza umana. È Cristo la Verità che ci fa liberi. Accoglierla e viverla come criterio di vita e di comportamento significa conoscere sé stessi e non cadere nell’illusione di credersi quel che si vorrebbe essere e apparire per quel che non si è. Parafrasando san Giovanni apostolo, possiamo dire che la sequela e l’accettazione della verità è il criterio fondamentale del riconoscimento di sé stessi, che abilita a essere e a vivere la libertà nella verità. “Fare la Verità” nella libertà e nella carità è, perciò, una realtà teandrica di spirito e di corpo, a un tempo mentale e morale, di coscienza interiore e di volontà operativa.

Giuseppe Liberto