Cristo re verrà nella gloria

L’anno liturgico si chiude con la splendida visione di gloria del giudizio universale. L’evangelista Matteo lo dipinge con il simbolo del Figlio dell’uomo assiso sul trono regale della sua gloria. Egli è il Giudice Re che alla fine dei tempi giudicherà tutte le genti e come il pastore separa le pecore dai capri. È un genere letterario apocalittico che indica il comportamento di un modo di vivere che chiede di fare agli altri quello che Gesù ha compiuto per primo. Egli è il giudice che va in cerca della pecorella smarrita, cura quella ferita, dona forza a quella debole. Gli uomini non saranno giudicati soltanto su quello che hanno pensato o detto di buono ma soprattutto su quello che hanno compiuto di bene verso il prossimo.

Il giudizio fatto dal Re della gloria si baserà unicamente sull’amore verso i fratelli più umili chiamati da Gesù poveri e piccoli. In Matteo, la corrispondenza tra “piccolo” e “discepolo” è evidente nella conclusione del discorso missionario: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10, 42).Non tutti hanno conosciuto Gesù, ma per tutti c’è sempre una via per incontrarlo ed essere suo discepolo compiendo le opere di misericordia.

La fede, scrive san Matteo, non è tanto sapere una verità conosciuta per aderirvi. È anche questo, ma soprattutto significa vivere la comunione d’amore con Dio per Cristo nello Spirito. Non basta parlare d’amore, è necessario vivere l’amore come Cristo vuole che si viva. La cultura della carità vissuta è la caratteristica di ogni fede religiosa. Amare i “più piccoli”, i bisognosi, gli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ignudi, i carcerati, che sono Cristo stesso (vv. 35-36), significa rendere un servizio a Gesù che ha offerto la sua vita per tutti. La sua vita umana è la norma dell’agire di ogni uomo. Egli è il “Signore”, “il Re”, il “buon Pastore”, il “Giudice”. Egli è l’immagine in cui gli uomini incontrano il Padre suo e hanno accesso a lui (cf Rm 8,29). Solo il credente che ha percorso la vita di configurazione a Cristo è chiamato a «entrare nella gioia del suo Signore» (25, 21-23). Quando nel giudizio dirà: «Venite, benedetti del Padre mio»,vuole dirci che saremo accolti per fare parte del Regno del Padre suo.

La Genesi ci narra che Dio, dopo aver creato l’uomo e la donna, li benedisse rendendoli partecipi della sua vita e della sua felicità. La vita terrena è provvisoria e limitata, la vita eterna è partecipazione alla vita divina senza fine che è fuori del tempo e della storia.  

Nella lettera ai Romani, san Paolo ci istruisce che: «Nel giorno del giudizio Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia…Tribolazione e angoscia su ogni uomo che opera il male» (Rm 2,6-10).La premiazione, al pari della condanna, è data nei termini dell’Antico Testamento, dove i “benedetti” erano gli amici di Jahve, invece i “maledetti” erano i trasgressori della legge (cf Dt 28). La frase che più spaventa è la metafora del fuoco eterno che ha un’indefinibile durata dove la figura di un Dio giudice contrasta con quella di un Dio padre, amico, sposo: ma sappiamo che l’al di là rimane sempre il mistero. Celebrare Cristo Re è dunque contemplare nel desiderio il mistero del destino ultimo che ci attende e che ci sollecita altresì a realizzare quotidianamente il suo progetto di salvezza. La ragione ultima per essere ammessi o rifiutati al Banchetto del Regno è l’amore donato con la misericordia praticata.

Il titolo di Re applicato a Cristo ha un significato diverso da quello transeunte umano che indica mortalità e limitatezza. Il titolo di Re dato a Gesù, lo troviamo nei vangeli dell’infanzia. Matteo, infatti, racconta che i Magi, partiti dalle loro terre, si recarono a Betlemme per andare ad adorare il Messia.  Quando entra in scena Erode, si parla non solo di Messia ma anche di Re dei giudei (Mt 2,2). Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla vuole rapire Gesù per farlo re, ma egli, da solo, si ritirò sul monte (cf Gv 6,15). Il ruolo messianico, di fronte alle autorità civili e al popolo, aveva allora un significato strettamente politico, lo stesso carattere che appare nel processo quando Gesù si trova dinanzi a Pilato che gli domanda: «Sei tu il re dei Giudei?» (Gv 18,33). Dopo la prima affermazione positiva: «Tu lo dici» (27,12), Gesù spiega di quale natura è il suo regno. Lui si è incarnato in questo mondo per rendere innanzitutto testimonianza alla verità. La domanda di Pilato è tipica del filosofo scettico nutrito di cultura greca. Con l’indifferenza sprezzante che prova davanti a uno che pretende di conoscere la verità, chiede: «Che cos’è la verità?», e senza attendere risposta gli volta le spalle (cf Gv 18,37-38). Anche Gesù tace perché nessuno che non sia attratto dal Padre suo potrà capire che Egli è la Via che conduce alla Verità che dona la Vita.

L’incomprensione da parte delle autorità giudaiche comporta il dramma di Gesù sino a raggiungere i limiti del grottesco. L’abile senso giuridico di Pilato e il suo tocco di umanità inducono il procuratore a entrare in contatto con quel misterioso personaggio volendo evitare la condanna. E, tuttavia, il tentativo non riesce. Egli compone financo l’iscrizione che fa affiggere sulla trave trasversale della croce che il condannato porterà sul luogo dell’esecuzione. La scritta in greco, latino ed ebraico è il motivo della condanna: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».  Da quella morte in croce esplode la Risurrezione e la Vita che inaugura la fine dei tempi.

Se nel Credo professiamo che Gesù si è fatto uomo povero e umile, crocifisso e risorto, tutta la speranza del credente si basa sul Cristo Re glorioso che alla fine dei tempi «verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».  Egli realizza in modo inatteso la nostra risurrezione finale. Il Regno di Dio, infatti, non è di questo mondo, ma è per questo mondo, perché è un regno di verità, di giustizia e di pace; di grazia, di libertà, di santità, di salvezza e di gloria. Soltanto i falsi messia pretendono di instaurare i loro regni con le armi e spadroneggiano incutendo timore e portando morte. Tutti i poteri che costruiscono quei regni che dominano le coscienze sono sempre strutturati dalla menzogna diabolica.

Il Cristo risorto inaugura la “fine dei tempi” e gli apostoli lo comprenderanno quando a Pentecoste saranno invasi dal Soffio e dal Fuoco dello Spirito. Il cristiano che rimane nell’amore del Risorto possiede Colui che attende nel “già e non ancora” della divina Eucaristia, sublime atto sacrificale di Gesù che realizza le nozze regali tra Dio e l’umanità. Cristo Re vuol far capire che la risurrezione nell’ultimo giorno comincia fin da ora. Alla risurrezione di Lazzaro, Gesù grida a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se è morto vivrà» (Gv 11,23-26). Quell’Io sono è il Risorto, il Cristo Re. La sua regalità non vuole né giudicare né condannare, ma salvare tutti.

Nel Commento al Cantico dei Cantici,san Gregorio di Nissa, rivolgendosi al Buon Pastore, così prega: «Dove vai a pascolare, o buon Pastore, tu che porti sulle spalle tutto il gregge? Quell’unica pecorella rappresenta infatti tutta la natura umana che hai preso sulle spalle. Mostrami il luogo del riposo, conducimi all’erba buona e nutriente, chiamami per nome, perché io, che sono pecorella, possa ascoltare la tua voce e con essa possa avere la vita eterna: “Mostrami colui che l’anima mia ama” (Ct 1,6 volg.)» (cap. 2). La Chiesa, Corpo mistico di Cristo, arriverà alla sua perfetta divinizzazione quando, nel giorno glorioso del Giudizio universale, il Cristo Re, buon Pastore, verrà nella gloria a prenderci tra le sue braccia per consegnarci eternamente al Padre suo (cf 1Cor 15, 22-24).

Giuseppe Liberto

Il canto dell’Abbà

Il Pater noster è la preghiera insegnata da Gesù e consegnata ai suoi discepoli. Luca colloca questa preghiera in uno dei momenti culminanti dell’attività pubblica del Maestro. Quando i discepoli, avendolo visto pregare, gli chiesero una preghiera che li caratterizzasse come “suoi discepoli”, così come aveva fatto Giovanni Battista, Gesù insegnò loro come pregare. Tertulliano, definendo il Padre nostro il «breviario di tutto il Vangelo», così commenta: «Solo Dio poteva insegnarci come vuole essere pregato. Solo da Lui, dunque, poteva venirci il culto ordinato della preghiera. Questa, proferita dalle sue divine labbra e come animata dal suo spirito, per sua grazia sale al cielo e raccomanda al Padre quello che il Figlio ci ha insegnato»(De Oratione IX,3). Per san Cipriano è «il compendio dei precetti del Signore»(De oratione dominica I,2). San Gregorio di Nissa ci dice che tutto il Pater noster è animato dallo Spirito: «Possiamo recitare il Padre nostro perché lo Spirito che viene in noi ci purifica e ci rende capaci di quei pensieri elevati e degni di Dio che ci sono indicati attraverso la preghiera insegnata a noi dalla voce del Salvatore» (III Omelia sul Padre nostro). Cirillo d’Alessandria presenta il Padre nostro come paradigma di preghiera breve e fiduciosa, di carattere battesimale ed eucaristico (cf Cat. Mist. 5). Il cristiano, per Cristo e nello Spirito, instaura la relazione filiale con Dio.

Gesù è il perfetto orante adoratore del Padre, la sua preghiera esprime la consapevolezza di essere unito a Lui e perciò la traduce in colloquio: lo chiama Abbà, in un sublime gesto di amore, di fiducia, di abbandono filiale. Nella preghiera, Cristo matura le proprie scelte, le rinnova, le colloca nel piano di Dio. Gesù è costantemente rivolto al Padre, è una cosa sola con Lui (Gv 10,30), è sempre in ascolto del Padre (Gv 5,30; 8,40); dice di conoscerlo (Gv 8,59) e di amarlo (Gv 14,21). Durante le notti in preghiera, Padre e Figlio rimangono “a cuore a cuore”. Gesù lo invoca ardentemente nei momenti decisivi della sua vita: prima di scegliere gli apostoli (Lc 6,12), prima di risuscitare l’amico Lazzaro (Gv 11,41),prima di affrontare l’atroce dramma della morte (Lc 22,42) e sulla croce, prima di rendere lo Spirito al Padre (Lc 23,46). Il Padre nostro è la sintesi del suo insegnamento, la testimonianza del rapporto del Figlio con il Padre suo, la preghiera propria dei figli di Dio. Gesù, dunque, ci consegna quello che lui stesso vive. Parola chiave è Abbà, infatti, solo il figlio può invocare Dio in questo modo: Abbà, Papà.

Noi creature umane siamo piccoli atomi di fragilità: avvolti e coinvolti nella spirale turbinosa e incandescente dell’amore, lo Spirito ci pervade, ci conduce e viene in aiuto alla nostra fragilità. «E voi – scrive Paolo ai Romani – non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre! Lo stesso Spirito, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (8,15-16). Lo Spirito filiale di Gesù grida in noi Abbà, Padre! e intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili. Il discepolo, immerso nella preghiera-grido dello Spirito, si ritrova così figlio dell’Abbà e, nell’amore filiale, canta l’intimità del “cuore a cuore” con la Trinità.

Nella tradizione liturgica antica, il catecumeno, prima di ricevere il battesimo, era introdotto gradualmente nella conoscenza della provvidenza di Dio giunta sino a lui. Tale conoscenza diventava punto di riferimento per conformarvi la vita. La Didaché ci esorta a sostituire lo “Shema” dell’ebreo con il Pater noster del discepolo di Cristo. Il quid credendum, alla fine dell’iniziazione, era espresso con il rito della traditio-redditio Simboli. Il catecumeno riceveva il “Credo” con la spiegazione, poi, imparatolo a memoria, lo riconsegnava. Dalla traditio alla redditio passava la receptio che sostanzialmente indicava la conversione in cui il discepolo doveva vivere. Il Padre nostro era dunque la verità del battesimo e l’iniziazione all’eucaristia.

In connessione con il quid credendum, si sviluppò il quid orandum. Il primo dava la consapevolezza del dovere essere cristiani, il secondo offriva la possibilità di attuare nella vita la fede creduta pregando Dio come Padre e ponendo in lui solo ogni speranza. La preghiera dell’Abbà costituiva sia la scienza della fede sia la fonte di quella novità interiore che avrebbe dovuto qualificare lo stile di vita del cristiano. Il battezzato, sperimentando la dimensione di figlio che si rivolge al suo “papà”, viveva l’esperienza dell’amore filiale verso Dio Padre nella Chiesa Madre. Affermando che il Pater noster è l’anima e la forma di ogni preghiera e considerando la sua proclamazione come un sacramento, sant’Agostino scrive: «I primi due nostri genitori erano Adamo ed Eva: lui il padre, lei la madre, dunque noi siamo fratelli. Ma trascuriamo la prima origine, ora Dio è il Padre, la Chiesa è la Madre, dunque noi siamo fratelli» (Serm. 56,10-14).

L’invocazione iniziale: Padre nostro che sei nei cieli, ci dice che noi tutti abbiamo «un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). Dio non è “Padre mio” o “Padre tuo” ma “Padre nostro”. Ogni frantumazione fraterna è distruzione della paternità universale divina. Il “Padre nostro”è la forma più alta di preghiera di comunione donata da Cristo e custodita dalla Chiesa e da essa trasmessa con materna sollecitudine a tutti i battezzati. Il Padre nostro è scuola di vangelo che richiama sempre a conversione. Prima di pensare a quello che ci divide, bisogna pregare per ciò che ci unisce, solo così si può raggiungere la sospirata unità voluta da Cristo che, pregando per la Chiesa dei credenti, implora: «perché tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Quando due o più cristiani fraternamente pregano insieme il «solo Dio e Padre di tutti» con la preghiera dell’unico Signore (cf Ef 4,5-6), cessa ogni divisione e incomprensione e fiorisce la comunione, cadono le barriere teologiche e si costruiscono i rapporti di umana concordia e di armoniosa pace.

L’ecumenismo non è frutto dei nostri sforzi, anche quelli, ma, se quelli, solo perché nello Spirito di Gesù cantiamo insieme: Abbà, Padre! Il canto del Padre nostro pregato tra i cristiani o tra coloro che credono in Dio o che ancora lo cercano, non esprime solo fraternità esterna, ma crea unità fraterna come dono di grazia.Come celebrare questa preghiera di pura invocazione? Intanto, i gesti dovrebbero essere quelli di Gesù quando entra in comunione col Padre suo. Alzare le mani, elevare lo sguardo verso il cielo e con il cuore ricolmo d’amore cantare: «Padre nostro che sei nei cieli».

I Bizantini e gli Slavi lo esprimono con modi opposti: i primi lo dicono molto lentamente, proscrivendo il canto; gli Slavi lo cantano coralmente e in ginocchio. Il Pater noster, nella Chiesa latina, si è sempre cantato con quella melodia semplice e lineare che tutti conosciamo e che, in ogni celebrazione, fiorisce sulle labbra oranti dei credenti. Sarebbe opportuno proporlo nelle diverse lingue con il massimo della declamazione e il minimo di musica, evitando melodie sciatte e ridicole o ritmi troppo marcati che snaturano il senso dell’invocazione e coartano la purezza espressiva della preghiera più bella insegnataci da Gesù. Banalizzare musicalmente il testo è dissacrarne la parola e il senso, disprezzandone il dono. Se tutti i cristiani cantassero in entusiasmo la preghiera dell’Abbà, entrerebbero subito nel cuore del Vangelo, farebbero propri gli stessi sentimenti di Cristo, rinnoverebbero la propria fede nella paternità di Dio annunziandola a tutte le genti e riconoscerebbero la radice dell’unità e della fraternità universale. Tertulliano ne fa la più eccelsa beatitudine: «Beati coloro che conoscono il Pater!»(De Oratione III,3).

La preghiera del Padre nostro esprime la solitudine del credente che, insoddisfatto del presente, proteso verso il futuro, si rivolge a Dio con lo stesso tono di confidenza e di tenerezza del Figlio Gesù. Il termine usato è parresìa cioè “disinvolta familiarità” con cui i bambini si rivolgono al loro papà creando lo spazio perché Dio Padre possa operare la sua volontà in noi. La vera preghiera non costringe mai Dio dentro i nostri progetti tentando di piegarlo verso i nostri desideri. È questa la differenza tra il vero Dio Santo e il pagano dio sacro costruito da mani d’uomo. La sublime preghiera del Padre nostro appartiene alla cosiddetta disciplina dell’arcano perché essendo l’espressione della specificità della Chiesa di Cristo, pregandola viviamo la Traditio vivente della Chiesa. La verità di fede se non diventa preghiera rimarrà soltanto un’idea. I ritmi oranti della Liturgia sono sempre dal Padre, per il Figlio, nello Spirito, al Padre. Pregare il Padre nostro è un continuo esercizio nello Spirito a scegliere con Cristo la Verità che ci insegna a stabilire la relazione tra fede, preghiera e vita. Per il cristiano, pregare il Padre nostro è professione di fede che diventa guida per la vita in attesa di contemplare eternamente il volto del Padre con il Figlio nello Spirito.

Giuseppe Liberto

Luce di fede, olio di speranza, fiamma di carità

Al linguaggio biblico è sempre cara l’immagine delle nozze. Cristo è il fidanzato e la comunità dei suoi credenti è la fidanzata: sublime e intima immagine di comunione! Nel giorno del Signore il fidanzato condurrà la fidanzata a casa sua per tenerla sempre con sé.

Il Cantico dei Cantici e tutta la predicazione dei profeti hanno come simbolo la nuzialità. Anche la parabola di Matteo ha come punto culmine l’incontro delle vergini con lo sposo (cf 25,1-13). Essa ha lo scopo di annunziare e preparare l’incontro intimo e personale dei fedeli con il Signore. Data l’incertezza dell’ora dell’incontro, le dieci vergini non si possono permettere di vivere nell’ozio e nel vagabondaggio perditempo, ma nell’impegno operoso e diligente, avere le lampade sempre preparate e una indefettibile scorta di olio.

I guai delle cinque vergini iniziano quando si accorgono di non avere olio nella lampada. Fanno pena quando chiedono in prestito alle altre cinque un po’ di olio e se lo sentono rifiutare. Nella tradizione biblica, l’antitesi veglia-sonno è simbolo della luce-notte. La notte significa uno stato d’animo che è rilassamento e torpore spirituale. Le lampade accese invece indicano vigilanza costante per essere pronti, con i fianchi cinti e le lampade d’olio accese, per la risposta alla prima chiamata.

La lezione della parabola è dottrinale e anche parenetica perché, oltre a illustrare la visione dell’ultimo incontro, suggerisce anche la via per evitare l’amara sorpresa di non essere presenti all’incontro supremo. Saper attendere è segno di amore verso l’atteso. Abbandonarsi al sonno è indice di dimenticanza, di noncuranza e mancanza di rispetto. Con questo atteggiamento, al posto dello sposo, si rischia di incontrare un giudice che risponde: “In verità io vi dico: non vi conosco” (25,12). Poi invita tutti a vegliare perché non sapremo mai né il giorno né l’ora dell’avvento dello Sposo che è Cristo e della sua venuta che è la parusia di cui nessuno conosce il momento.

Il pellegrinaggio della vita cristiana, tra fascino e dramma, si snoda su un duplice itinerario, quello terrestre e quello celeste. All’interno di un festoso corteo verso il paradiso l’incontro con Cristo è necessario viverlo con le lampade accese. La lampada per dare luce ha bisogno dell’olio. Secondo la tradizione giudaica, l’olio era segno dell’ospitalità e delle opere di giustizia; era anche segno messianico perché usato nelle consacrazioni regali. I battezzati e i cresimati sono unti con l’olio come anche i presbiteri e i vescovi nella loro ordinazione. L’unzione degli infermi diventa sacramento di preparazione per il passaggio alla vita eterna.

 All’interno dello spazio e del tempo, la vita terrena trascorre come attesa. Attendere dunque è vegliare, è desiderare ardentemente la presenza dell’amato.

Per cantare gli intensi rapporti d’amore che intercorrono tra la creatura e il suo Creatore, il Cantico dei Cantici usa toccanti metafore familiari: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia” (3,1). ”Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore” (5,2). Anche Paolo esorta i Tessalonicesi a essere figli della luce, a non dormire per rimanere svegli e sobri (1Ts 5,1-6). L’apostolo scrive ai Romani e li ammonisce dicendo che “ormai è tempo di svegliarsi dal sonno perché la nostra salvezza è vicina” (13,11). Il vangelo ci illumina che nessuno conosce questo momento in cui verrà l’incontro con lo Sposo. Da qui il forte monito di Gesù: “Vegliate, dunque perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). L’imprevisto reclama vigilanza, attenzione e amore. L’eternità è vita sublime d’eterno amore con Dio. Giovanni nell’Apocalisse lo descrive addirittura come sposalizio paradisiaco che è la beatitudine del partecipare alla Cena di Nozze dell’Agnello.

La salvezza accordata ai poveri di spirito è data in termini di beatitudine che non è felicità teorica, accademica e astratta ma salvezza eterna che è visione e godimento della Trinità beata.

Il Regno dei cieli è lo stato di vita in cui cesseranno la fame, il pianto, la povertà, le persecuzioni, è necessario però sapere attendere ed essere preparati, con la luce della fede, l’olio della speranza e la fiamma della carità.

L’attesa e la preparazione dei cristiani non sono date dalla giustizia sociale. Il modello della Chiesa di Cristo non è basato sulla polarità delitto-castigo, ma sul dinamismo tra peccato e misericordia. Questo non vuol dire riconoscere il male e far finta di niente, non disturbare e lasciare tranquilli i profittatori e gli oppressori. Il progetto delle comunità cristiane è percorrere la strada delle beatitudini prendendosi cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti e lottando contro quelle situazioni che sono all’origine di tanti squilibri causati dal peccato. Lo stile di vita del vero credente, infatti, è dato dalla sublime configurazione a Cristo.

San Luca nel suo Vangelo ci istruisce sul come essere preparati e pronti per l’ultimo incontro. Dopo il canto delle Beatitudini e i guai delle maledizioni, l’evangelista annunzia la legge del comandamento nuovo dell’amore. Per il discepolo di Cristo non ci sono due categorie di persone, buoni e cattivi, amici e nemici, simpatici e antipatici perché tutti siamo fratelli bisognosi di amorevole benevolenza. La proposta di Gesù è sovvertitrice e per questo il Maestro afferma con autorità: “Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male” (Lc 6,27-28). È questo il programma di vita per quelli che credono e attendono vigilanti la ricompensa celeste nella vita futura.Egli stesso, quando è stato odiato e martirizzato, con l’esempio dello stile di vita, ha insegnato ai suoi discepoli il comandamento dell’amore al posto della vendetta. Il peccato nella Chiesa ha sempre finito per travolgere una determinata categoria di persone che sono i piccoli, i deboli, quelli che non hanno una sufficiente maturità psicologica o spirituale. Non possiamo dimenticare quello che san Paolo ci tramanda nella prima lettera ai Corinti quando i cristiani si litigavano tra loro in nome di Paolo, di Cefa, di Apollo oppure celebravano l’Agape e l’Eucaristia con divisioni e ubriachezze (cf 1,11-12; 11,17-22). Gli scandali all’interno della comunità ostacolavano il cammino di fede dei credenti.

La Chiesa di Cristo, anche se è una comunità di santi, tuttavia ha al suo interno anche i peccatori. Quando un fratello sbaglia o pecca, Gesù impone di non lasciarlo alla deriva o peggio associarsi per lanciargli contro le pietre dell’assassinio. Gesù ha creato la sua Chiesa perché i fratelli si amino a vicenda, vengano corretti quelli che hanno avuto la sventura di sbagliare e, per essi, il perdono sia radicale, senza misure e senza limiti.

Dinanzi alle parabole della misericordia, i veri pastori della Chiesa di Cristo debbono possedere la misura del perdono che non è quella del modello farisaico e giudiziario del “delitto e castigo”, ma quella evangelica del “peccato e misericordia” che vuole Gesù. Le parabole della pecorella smarrita e della dramma perduta sono modelli evangelici che soltanto il buon pastore sa usare. Egli, infatti, va per cercare la pecora smarrita e, quando la trova, non la scanna, ma l’afferra, se la mette sulle spalle, se la stringe al collo e la riconduce all’ovile. Il padre del figlio prodigo che scappa da casa non va a mangiare col figlio le ghiande dei porci, ma col cuore sempre in attesa aspetta che il figlio ritorni nel calore della casa paterna.  

Attendere nello splendore di luce della fede, con l’olio regale della speranza che dona la vivida fiamma d’amore dell’Agape: questo è lo stato di vita del battezzato e vero credente. La Chiesa di Cristo non è fatta di schiavi e padroni, ma di figli del Padre e di fratelli in Cristo. Accogliere i doni della fede, della speranza e dell’amore significa sperimentare la bontà e la misericordia di Dio che fa vivere il cristiano nell’umiltà e nella gratitudine. Sarà Lui e soltanto Lui, Signore e Giudice, a spalancare la porta che introduce i salvati a partecipare all’eterno banchetto di Nozze dell’Agnello. Intanto, quella beatitudine è anticipata nella celebrazione della divina Eucaristia quando, nel canto della Parola, pregustiamo il Cibo e la Bevanda di Vita che ci divinizza e ci prepara all’eterno Convito paradisiaco.

Giuseppe Liberto

Tra il già e non ancora

La spiritualità del tempo nell’Avvento cristiano non è attesa di vuota speranza ma vigilanza operosa, costanza fiduciosa, tensione gioiosa, possesso d’amore.  La redenzione è avvenuta perché il Verbo si è fatto carne della nostra umana natura. Si è incarnato nell’energia dello spazio e del tempo assumendoli in se e orientandoli verso la pienezza escatologica. La Chiesa pellegrina vive nel mondo ma non del mondo, non esce dalle vicende storiche né dalle esigenze culturali, ma, come pellegrina, cammina nel tempo oltre il tempo, verso il Regno eterno e universale. La Chiesa nel suo volto deve costantemente mostrare la Luce di Cristo per visibilizzare il progetto del Padre e l’impeto cosmizzante dello Spirito.

Il vangelo di Matteo dipinge il discorso escatologico in cinque quadri. Gesù, nel suo discorso, inizia e termina così: “Come fu…così sarà. Vegliate dunque…state pronti” (cf Mt 24, 37 – 44). Il richiamo del passato sollecita nei credenti le promesse e le speranze di un luminoso futuro. Il rimando a Noè e ai sui tempi ci insegna che la vigilanza è virtù con valenza universale. Gesù istruisce gli ascoltatori di allora e di sempre che non bisogna imitare la sordità spirituale, la cecità egoistica e la miopia morale dei contemporanei di Noè ma è necessario saper leggere e interpretare i segni dei tempi nelle coordinate storiche d’amore della presenza di Dio accogliendo la sua onnipotenza salvifica.

Con quali criteri leggere quella discriminazione attraverso la distinzione e la separazione?

Gesù ci istruisce dicendo che “come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finché avvenne il diluvio e travolse tutti” (38-39).

Questo significa che la vita dell’uomo è condotta in due forme: quella egoista, materialista ed edonista che chiude il cuore al divino e l’altra religiosa e spirituale aperta verso Dio, Padre e Salvatore. La lettura della storia e l’apertura verso Dio si fondano sull’evento centrale e fondamentale del fatto storico-salvifico dell’Incarnazione del Verbo e della sua morte-risurrezione. Noè e il diluvio sono simboli tipologici che prefigurano la morte-risurrezione di Gesù.  Allora, al tempo del diluvio, Noè, e con lui alcuni “fedeli”, percepiti i segni dell’evento divino, si preparò entrando nell’arca. Questo ci dice che la nostra accoglienza o rifiuto della presenza di Dio nella storia ci salva o ci danna. Siamo noi, dunque, che ci mettiamo dall’una o dall’altra parte.

Nella seconda parte del vangelo, dopo gli indicativi, Gesù ci da tre imperativi: Vegliate…Cercate di capire…Tenetevi pronti (42. 43. 44). Soltanto chi veglia, dimostra di essere pronto e attento a non lasciarsi sorprendere da chi viene all’improvviso. La vigilanza però non è pigrizia ma via alla santità che è operoso discernimento a saper distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, la verità dalla falsità. La vigilanza ci insegna a non subire la storia in modo pagano e fatalistico ma a saperla leggere per orientarla a vivere in armonia con le nostre scelte di fede espresse in uno stile di vita d’amore sostanziato di speranza. Vigilare è dunque invito ad andare incontro a Cristo che è venuto, che verrà e che viene in un restare dolcissimo con noi come dono di se che abbraccia passato, presente e futuro.

I Santi hanno capito e continuano a comprendere che vegliare, discernere e tenersi pronti, conducono il vero credente a vivere il sublime dinamismo del “già” e “non ancora” che è anticipazione e pregustazione della gloria futura. I Santi, dal cuore sveglio e attento, sanno che l’Atteso, Gesù di Nazareth morto e risorto, tornerà all’improvviso perché a nessuno è dato conoscere il giorno e l’ora della sua venuta.

Il tempo non è lo scorrere inarrestabile nel quale la vita nasce, fiorisce e si consuma senza un fine. Il tempo è dono e grazia che offre la possibilità di crescere in Gesù Cristo. Nell’energia misteriosa dello spazio e del tempo, i sublimi doni di Dio s’intrecciano con la libertà di coscienza e la purezza di cuore del credente che in entusiasmo li accoglie. Tra la prima e la seconda venuta, Gesù è presente in noi e con noi perché dopo la sua ascensione non ha lasciato vuota la storia dell’uomo e del cosmo.

Anche se ancora non viviamo nel fulgore della Gloria paradisiaca, tuttavia qui in terra non siamo nel vuoto dell’assenza. La Chiesa nasce e si alimenta della Carne di Cristo e così diventa suo Corpo in forza dello Spirito. La partecipazione alla divina Eucaristia, sacramento della presenza reale ancora velata del Signore Gesù, rivela a noi pellegrini sulla terra il senso cristiano della vita. E’ Cristo che per lo Spirito ci santifica, ci sostiene nel cammino della storia e ci guida ai beni eterni quando tutti i defunti che hanno vissuto nella luce della santità, saranno dinanzi il trono della Gloria a contemplare lo splendore della Santa e Indivisa Trinità.

Giuseppe Liberto

Amatevi tra voi come io ho amato voi

Non è il marginale scenico e coreografico che qualifica la Chiesa ma il vissuto concorde dei battezzati che sono il popolo santo di Dio: Corpo di Cristo nel mondo! La Chiesa è la comunità dei testimoni dell’amore divino per l’uomo e dell’amore dell’uomo per Dio e, in Dio, per ogni fratello in umanità. Nella Chiesa di Cristo, tutti i battezzati dovrebbero essere “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 33). Ed è così per tutti quelli che appartengono a Cristo, sia che vivano in questa terra, sia che già godano la gloria della Trinità-Amore. La vocazione unica e primaria della Chiesa di Cristo è condurre l’umanità alla comunione con Dio e in Dio con i fratelli. Nel vivere insieme, l’atteggiamento del “tu non m’interessi”, con tutte le sue forme ipocrite e ambigue, accusative e vendicative, sono sempre espressione dell’inumano che ferisce la dignità sacrosanta di ogni uomo creato a immagine di Dio e compartecipe in Cristo della natura divina.

La drammatica esperienza istruisce che ogni tipo di guerra svuota l’esistenza umana dalla sua realtà perché riduce l’uomo a oggetto, a marionetta. E talvolta, purtroppo, anche i burattinai coincidono con gli stessi burattini, divenendo tali essi stessi. Nonostante il progredire delle civiltà, è terribile costatare ancora l’amara realtà di padroni e dittatori che, con un falso legalismo, riducono il prossimo a inumana schiavitù. Trafitto dal male di “morte” e bloccato da gemiti lancinanti, sordi e laceranti, il cuore dello schiavizzato non può nemmeno gridare, perché quell’urlo che risuona nell’intimo di ogni cuore spezzato è muto e senza parola. I vari istrioni della maldicenza dovrebbero ben comprendere che non serve a nulla azzuffarsi e calunniare per distruggere. È altrettanto scandaloso occultare il male per manipolare e difendere il protetto o l’alleato. Lo stile dell’uomo bugiardo, che si esalta nella sua volontà di potenza, induce all’autoglorificazione e all’accusa nei confronti del prossimo. Come a dire: io sono giusto, tutti gli altri sono impostori che raccontano menzogne e falsificano i fatti.

Nell’Antico Testamento il comandamento dell’amore è formulato con chiarezza, esso fa parte di un corpo di leggi riassunto in 613 precetti, dei quali 365 sono formulati al negativo e 248 in forma positiva. Se i dottori potevano discutere accademicamente e spesso aspramente sui singoli precetti, la concezione legalistica era invece, per il popolo, motivo di confusione. Quel giorno fu un dottore a porre la domanda a Gesù: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?” (Mt 22, 36).Il Maestro accetta la provocazione e, scardinando ogni forma di legalismo, risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente” (22, 37).Nell’antropologia ebraica il cuore è la sede degli affetti; l’anima ricorda il suo aspetto vitale; la mente è la forza del pensiero.Dopo aver precisato che questo è il primo e il più grande comandamento, specifica che il secondo è simile al primo, cioè importante come il primo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (22, 39), bisogna cioè amare gli altri con la totalità del proprio essere. Poi Gesù concludendo afferma che da questi due precetti dipendono sia la Legge che i Profeti. Tutta la predicazione profetica e la legislazione mosaica confluiscono in questo comma evangelico: amore di Dio e amore del prossimo sono inscindibili e si vivificano a vicenda costruendo il totale e genuino essere umano e cristiano.

La domanda del dottore non è solo accademica perché egli cerca un principio di unificazione. La risposta di Gesù, anche se non è del tutto originale, riconferma il precetto dell’amore di Dio, fondamento di tutta la rivelazione dell’Antico Testamento, e quello dell’amore del prossimo. Gesù, in fondo, citando Deuteronomio 6,5 e Levitico 19,18, con l’autorevolezza del legislatore nuovo, supererà il comandamento dell’amore del prossimo dicendo che dobbiamo amarci a vicenda come lui ci ha amato e ci propone così il modello concreto della legge nuova.

Al momento dell’addio, Giovanni collega il precetto dell’amore con il testamento di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). Gesù poi darà l’esempio del come attualizzare l’amore per i fratelli e le sorelle ordinando di amarli con lo stesso amore con cui egli ha amato noi. L’indice di misura è elevato alla dignità e all’intensità dell’amore che Cristo ha per noi. Ma questo non si può raggiungere con le sole nostre forze, ma in virtù della grazia che elargisce lo Spirito Santo.

Nella parabola della vite e i tralci Gesù annuncia la dinamica dell’amore descritta dal verbo “rimanere”, nell’amore infatti si rimane: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv 15,9-10). Chi risponde rimane nell’ambiente vitale che l’amore ha già suscitato in lui e attorno a lui. Accogliere e rimanere non sono risposta di facile sentimento o di superficialità spirituale ma decisione di un lasciarsi coinvolgere dall’energia dinamica del dono: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli. La morte del tralcio sterile non è dovuta al taglio dell’agricoltore ma al suo farsi estraneo alla linfa vitale che, se non è accolta, abbandona il tralcio al suo solitario deperimento. Senza la comunione vitale con Cristo, il discepolo non può fare nulla. Il credente che risponde all’amore di Dio e vi rimane non è più servo ma amico amatissimo di Dio. Voi siete miei amici se fate quel che vi comando: il comandamento dell’amore che si manifesta nel servizio rende amici di Gesù.

Il fondamento personale dell’etica cristiana è lo stesso Gesù Cristo nel compimento dei suoi misteri di salvezza che sono tutti misteri di carità. La debolezza del Signore confitto in croce, il suo perdono per quelli che non si rendevano conto dell’assassinio di un Dio, ha salvato il mondo, anche se questo evento tragico e misterioso, come dice Paolo, non fu glorioso davanti agli uomini. Gesù, dunque, non abolisce semplicemente la legge antica, ma la porta a compimento così come lui è il compimento di quella storia d’amore. Il nostro Maestro e Signore rivela a noi che Dio è Amore e ci ama. Tutta la vita cristiana, armonizzata in lui, diventa così sinfonia d’amore.

Il cerchio d’amore divinizzante è sublime: Dio ama il Figlio, Gesù ama i suoi discepoli con lo stesso amore con cui è amato dal Padre, i discepoli cristiani devono amarsi a vicenda con lo stesso amore con cui sono amati da Gesù. Il vertice dell’amore è dato dal sacrificio della vita: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12). Nel donare la propria vita per la salvezza del mondo, il Figlio è rimasto nell’amore del Padre: solo così adempie la missione di salvezza. Col dono di sé, Gesù ha dato origine alla nuova umanità salvata. Gesù e i suoi discepoli formano dunque un unico organismo, la cui origine è l’amore preveniente di Dio Padre. L’amore salvifico discende dal Padre a Gesù, da Gesù ai suoi, dai suoi a tutti gli uomini. Questo intreccio d’amore teandrico realizza, in modo indivisibile, l’arcano volere divino che è la salvezza universale: Amatevi tra voi come io ho amato voi!

Giuseppe Liberto

San Luca, l’evangelista protettore degli artisti

Quando san Paolo ci invita a rivestirci dei sentimenti del Signore, vuole istruirci che questo è cristianesimo, perché tutto il resto è gnosi che non passa attraverso la sensibilità, gli affetti, i sentimenti e la corporeità. In effetti, le vibrazioni dell’arte musicale mettono in moto le energie dell’anima, le ridestano e le riabilitano coinvolgendo interiormente tutto l’essere. Per comunicare la fede attraverso l’arte, è necessario che le forme esteriori siano il riflesso della forza del pensiero interiore. Solo così il rapporto con il Signore diventa un profondo legame con Lui e non solo un’idea.

L’arte liturgica è arte eminentemente “ministeriale”. Dovrebbe esercitarla soltanto chi possiede il carisma, che è dono squisito dello Spirito, in simbiosi con la competenza, che è solida tecnica professionale. Carisma e competenza si rivelano attraverso la delicatezza dell’affectus, che è qualità di pensiero, ricchezza di sentimento e in-canto d’amore.

Nella liturgia, dunque, il musicale non è puro trasferimento d’informazioni ma comunicazione affettiva capace di suscitare dei legami attraverso il tono della voce, l’incontro degli sguardi, il gesto espressivo, il modulare dei comportamenti. Tutto deve rivelare e comunicare il Mistero che sta per compiersi nel sacramento. Chi esercita, pertanto, il ministero musicale non dice solo di sé, sarebbe auto idolatria, ma indica ed esprime il mistero che in quel momento si rivela e si dona per la divinizzazione di chi crede, celebra ciò che crede e vive ciò che crede e celebra.

Siamo convinti che il talento artistico si misura dalla chiarezza espressiva e comunicativa. Nella celebrazione liturgica, la materia lavorata dall’artista ha lo scopo di mettere in comunione, non con la sola materia, ma con l’ineffabilità divina che si svela e si rivela. La bellezza, allora, non sarà mai l’effetto dell’arte umana che si autocompiace e, perciò, si autocelebra, ma il riflesso della Gloria divina che si rivela, donandosi. La via estetica conduce il ministro d’arte a percepire il Mistero, la via poietica lo fa rappresentare artisticamente: Dio si manifesta e l’artista lo mostra. Canto e musica saranno, quindi, rivelazione antropo-teologica.

Pitagora afferma che il logos crea l’universo attraverso il melos. Aveva intuito che Dio, cantando, crea il cosmo dal nulla. Il primo capitolo della Genesi, infatti, descrive il Creatore che canta, mentre dalle sue mani sapienti escono le opere meravigliose: “E Dio vide che era cosa bella e buona”. Il canto di Dio trasforma il caos in kosmos  bello e buono. Ogni opera artistica deve possedere, dunque, queste due qualità divine in armonia tra loro: bellezza e bontà. Bellezza da imparare e bontà da gustare sono gesti di sapienza per rigenerare e ridonare opere belle e buone.

L’edificazione del caos in kosmos avviene per opera della Sapienza, l’eterna e infinita Bellezza che tutto crea dal nulla. Nel libro dei Proverbi, la Sapienza canta un inno con il quale tesse il proprio elogio: “Io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (8, 30-31). La Sapienza, dunque, è presente nella realtà dell’uomo e del cosmo. Essa, che è con noi, in noi e nel mondo, non è soltanto “prima” della creazione, ma c’è anche “quando” si crea in contemporanea con la realtà creata. L’autore dei Proverbi, in forma simbolica, dipinge l’azione del Creatore come gesto di perfetta armonia cosmica realizzata in bellezza tra i figli dell’uomo. Questo è il gesto con cui Dio dialoga con l’uomo. Il culmine e il cuore di questo dia-logos avviene quando il Padre invia nel mondo il suo Logos che si fa Sarx. Il Logos divino, “il più bello tra i figli dell’uomo”, è il Melos, cioè l’Inno che il Padre ci offre in dono (cf SC, 83).

L’armonia della bellezza diventa così concordanza tra divinità e umanità. Divinità incarnata e umanità divinizzata: culmine in cui il Logos-Sapientia crea e ricrea, in via pulchritudinis, il Melos del duetto teandrico d’amore sponsale.

Il canto della liturgia cristiana, che noi chiamiamo “canto gregoriano”, nasce, fiorisce e vive dall’esperienza orante della comunità, essa, per sua natura, è “preghiera fatta canto”. Dalla Parola, ritualmente contestualizzata derivano, infatti, le varie strutture formali e diversi generi musicali all’interno dell’assemblea articolata nei suoi vari ministeri. Dalla Parola, fonte e forza originante e originale, fiorisce il melos, cioè il canto che esprime il dia logos tra Dio e l’uomo, all’interno della sacramentalità liturgica. Non ha senso nella stessa celebrazione liturgica in cui si pretende di far partecipare tutti e ciascuno a suo modo, non far cantare tutti e ciascuno a suo modo in concorde e armoniosa fraternità. 

Nella divina Liturgia, la bellezza dell’arte musicale non ha soltanto lo scopo di mostrare le belle forme, ma, attraverso di esse, far percepire il Mistero nell’incanto estetico. Musica è metamorfosi viva della relazione col mistero per percepirlo nel gusto dello stupore vivificante e trasfigurante. Quello che per il Creatore è il Fiat, per l’artista è l’intuizione concorde di tutte le facoltà dell’anima. Nell’atto creativo, la personalità umana è tutta presente in ciascuno dei suoi momenti intuitivi e operativi.

L’opera d’arte, dunque, nasce nell’artista e nel mondo sopravvive a lui come creatura vivente in Dio. La vocazione del vero artista è quella d’introdurre la Bellezza nella vita d’ogni giorno: nel cuore, negli occhi, nella mente dell’uomo, realizzando così l’antico sogno platonico, quello, cioè, di identificare il bello col vero; il bello e il vero con il giusto; il bello, il vero e il giusto con il bene, con il sommo Bene! Verità, Bellezza e Bontà convivono così in sinfonica simbiosi. L’arte vera rafforza il sentimento religioso, perfeziona la condizione morale, raffina lo stile della vita sociale.

La questione dell’arte liturgica, dunque, non è il problema dell’arte autonoma all’interno della liturgia. Canto e musica devono interpretare l’Incarnazione della Trinità nella storia dell’uomo: componente teologica; devono condurre il battezzato a essere capace di entrare nel Mistero della relazione d’amore con la Trinità: componente mistagogica; devono esprimere quel dialogo personale-comunitario che è duetto sponsale d’amore tra l’Eterno Infinito incarnato nel tempo e la fragilità creaturale che s’immerge sacramentalmente (arte santa!) nell’Amore trinitario: componente ecclesiologica. L’arte musicale liturgica è azione simbolico-ministeriale in rapporto all’entrare vivo nella celebrazione per potervi pienamente e coscientemente partecipare. Essa si situa infatti nella prospettiva teologale.

L’artista che lavora per la Liturgia ha come fine primario la gloria di Dio, oppure si preoccupa soltanto di ricevere gloria? Si adopera per quella bellezza che costruisce o per una vaga bellezza che distrugge? Nell’artista liturgico, l’auto idolatria o il maniacale carrierismo, provocati da seri squilibri psichici, producono sempre discordie e frantumano gli evangelici rapporti di comunione.

La Sacrosanctum Concilium afferma che canto e musica innanzi tutto partecipano al fine stesso della divina Liturgia che è “la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli (n. 112). L’aspetto latreutico e soteriologico è l’alveo in cui mistero, bellezza e celebrazione s’integrano e si armonizzano. È Cristo il fine, lo scopo, il soggetto e la materia della vera arte liturgica. Di conseguenza, ogni servizio all’interno della Chiesa, se non ha Cristo come sorgente, modello e meta, non porterà mai frutti autentici di novità e di concordia, nonostante le gravi difficoltà dovute alle presunzioni dell’ignoranza e dell’incompetenza. San Luca, negli Atti degli Apostoli, ci descrive la situazione assai penosa dell’incarcerazione di Paolo e Sila. Nonostante le ferite doloranti e i ceppi che li costringevano all’immobilità, essi non si sentivano prigionieri infelici, anzi, non potendo dormire, verso mezzanotte “in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli” (16, 25).

Giuseppe Liberto

Parabola del banchetto nuziale

Matteo narra la parabola degli invitati alle nozze in prospettiva messianica ed ecclesiologica. Infatti, all’antico Israele, infedele al Signore, subentra il nuovo Israele. Nonostante i lunghi secoli d’attesa, il popolo eletto viene escluso dalla salvezza e così la viva speranza si conclude con l’amara delusione. I giudei si sono autoesclusi dal regno, per questo al loro posto sono entrati i gentili, però anche questi rischiano di fare la stessa fine se non vivranno in armonia con la loro vocazione. Dio è Padre munifico e paziente, per questo i cristiani devono temere della loro incoscienza e incoerenza.

Ricordiamo le parabole dei due figli e dei vignaiuoli omicidi. La prima, rivolta ai capi del popolo, si conclude con la condanna; la seconda, rivolta a tutto il popolo, si conclude con l’esclusione. Nella terza parabola, al centro del racconto c’è la festa nuziale con il gran banchetto perché si sposa il figlio del re.

Il banchetto nuziale è segno di festa e di gioia non solo per gli sposi, ma anche per gli invitati. Nella parabola di Matteo, il rifiuto è dato da tre categorie di persone che hanno un atteggiamento diverso. I primi rifiutano l’invito con decisione e risolutezza, infatti non vogliono andare per egoismo e interessi propri (cf Mt 22,3). Il re però non demorde perché il banchetto è pronto e bisogna trovare i commensali, difatti invia altri servi che rivolgono l’invito ad altre persone, il cui comportamento però non è dissimile da quello dai precedenti. Rifiutano l’invito ricorrendo alla violenza prima verbale e poi fisica uccidendo gli inviati del re (Mt 22, 4-6). Il rifiuto ostinato provocherà la severa condanna: i romani distruggeranno Gerusalemme, la città degli assassini dei profeti. 

La vera ragione per cui i giudei non vollero accogliere Cristo, per Matteo fu l’incapacità di accettare il discorso della montagna. Di fronte alla vanificazione e all’opposizione degli uomini, però, Dio non cessa mai di operare la salvezza perché il banchetto è universale ed è sempre aperto a tutti purché gli invitati rispettino le condizioni per essere degni di partecipare al pranzo di nozze: bisogna indossare l’abito nuziale, quello della conversione e dello stato di grazia. (cf Mt 22,11). In Oriente, i grandi personaggi non siedono a mensa con gli invitati, si fanno vedere soltanto al momento in cui devono salutare gli ospiti. Il re della parabola mentre fa la visita di cortesia, con sua sorpresa si accorge che uno non ha la veste nuziale e per questo lo fa subito allontanare e gettare in carcere. 

Il banchetto è immagine del regno messianico, la veste è simbolo dei requisiti fondamentali che sono le opere di giustizia che accompagnano la fede e rendono degni gli invitati di poter entrare e rimanere per gustare la cena nuziale.

La parabola di Gesù è dunque un’illustrazione per la vita della Chiesa. Come dunque il popolo ebraico fu escluso per il suo rifiuto all’invito, così anche il cristiano può essere allontanato nonostante abbia già accolto l’invito. 

Il regno messianico, come hanno insegnato le parabole precedenti, sarà popolato da una “moltitudine” proveniente dal paganesimo e dal “piccolo numero” di ex-giudei. L’idea centrale della parabola è chiara. Il re è Dio ed è lui che invita alle nozze del figlio. I servi sono i profeti e gli apostoli, gli invitati che li trascurano o li oltraggiano sono i Giudei. I chiamati lungo le strade sono i peccatori e i pagani. Il banchetto di nozze è simbolo della felicità messianica perché il figlio del re è il Messia. La veste nuziale è simbolo dello stato di santità e di grazia con cui occorre partecipare al banchetto regale.

La vita eterna, come insegna Platone, non è la sopravvivenza dello spirito ma, come afferma Gesù, è la risurrezione della nostra interezza umana e l’ingresso definitivo nella vita stessa di Dio. Il “cibo di vita eterna” è disponibile soltanto per chi ha quella fede che, grazie allo Spirito che la vivifica, è capace di superare lo scandalo della croce. 

Il paradosso delle opere di Dio non inizia dall’Eucaristia, ma vi finisce e vi si ricapitola perché essa è l’estrema prova d’amore con cui Dio ha amato il mondo. La divina Eucaristia è la presenza reale fra noi di Dio fatto carne della nostra umana natura. È il massimo segno e il pegno sublime d’amore del Cristo verso la sua Chiesa, segno e pegno consegnato nell’ultima Cena come perpetua memoria di Lui.

Celebrando la santa Cena, prendiamo parte al Corpo e al Sangue di Gesù come suo popolo, come sua Chiesa, come famiglia di Dio. Nell’unico Pane spezzato, la nostra moltitudine è unificata in un solo corpo generando la fraternità della Chiesa. Senza fraternità il Cristo è diviso, è quasi frantumato e soppresso. Niente è tanto contrario all’Eucaristia quanto la celebrazione di contestazione e di ribellione, niente è più sacrilego quanto una comunione a quel Cibo che ci lasci chiusi nel nostro egoismo inerte e dannoso che divide, umilia e distrugge.

Nell’Apocalisse, ai canti di giubilo e di trionfo in cielo si associano i santi di tutta Chiesa invitata alle nozze dell’Agnello. L’angelo disse a Giovanni: “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!” (cf Ap 19,1-10). Nella celebrazione della divina Eucaristia, prima di ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo, a tutta la santa assemblea viene rivolto lo stesso invito di beatitudine a vedere e gustare il Cibo di Vita: “Beati voi invitati alla Cena di Nozze dell’Agnello”. Gli invitati hanno delle condizioni da rispettare per essere degni del banchetto: essere rivestiti dell’abito nuziale di santità e di grazia.

Giuseppe Liberto

La mistica vigna in fiore

Osservando oggi la società, ciò che preoccupa, non è tanto la confusione tra utile e futile, tra umano e antiumano, quanto piuttosto la mancanza di capacità critica, il rifiuto di fare oculate scelte personali e comunitarie con progetti e orientamenti costruttivi. Viviamo nell’epoca dell’imitazione, della scimmiottatura, della superficialità, del lasciarsi andare. Eppure, immersi nella cosiddetta cultura antropocentrica e tecnica, si grida alla conquista dello spazio, alla bioingegneria, al relativismo fisico e morale. E l’uomo di oggi rimane sedotto e appagato con conseguente illusione e delusione che portano alla distruzione.

Qualcuno afferma che, dopo Auschwitz e Hiroshima, l’uomo ha ucciso se stesso, la sua parola, il suo valore profondo. In verità, l’uomo uccide se stesso quando perde la trasfigurante realtà di essere creatura umana, immagine e somiglianza del suo Creatore, redenta e divinizzata da Cristo, suo Signore e Redentore. Auschwitz e Hiroshima, purtroppo, continuano a essere diaboliche forme comportamentali in ambienti disumanizzati senza verità e privi di carità.

Oggi c’è il pericolo di sostituire l’annuncio gioioso e glorioso della Verità evangelica con la denuncia pessimistica del male. E’ missione-dovere della Chiesa evangelizzare per educare a superare la cultura del sospetto, dell’accusa e della vendetta con quella dell’amore e del rispetto, annunciando al mondo che solo l’innesto di Dio nel cuore dell’uomo e all’interno della storia può salvare il creato.  

Il mondo si salverà non con la denunzia che distrugge la comunione di carità, ma con la civiltà dell’amore che fa vivere la fraternità umana e cristiana. Solo Cristo è il cuore della cultura e della civiltà dell’amore. Il Vangelo è scritto nel cuore dell’uomo e ha bisogno della mente e delle mani dello stesso uomo perché sia vissuto nella storia all’interno di tutte le civiltà. La civiltà dell’amore stava tanto al cuore di Paolo VI. Egli affermava: “La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio”. Questa evangelizzazione ha respiro universale perché “la cultura di ogni popolo è sacra e degna di rispetto”. Ogni cultura autentica ha il dovere sacrosanto di interpretare e rispettare l’integrità della persona umana.  

Al mattino di Pasqua, nel giardino della risurrezione, siamo stati chiamati a essere operai della “mistica vigna” del Signore: Andate… annunziate… fate il memoriale.  Nell’intimità del nostro essere e negli spazi aperti della Chiesa universale, non bisogna soltanto apparire, ma essere testimoni autentici ed entusiasti del Signore Risorto e, nella gioia e nella bellezza dell’amore vero e sincero, possedere l’arte squisita di saper coltivare, con sapienza, intelligenza e competenza, la fragrante e feconda freschezza della mistica “vigna in fiore”. 

Giuseppe Liberto

Ricordando Teresa di Lisieux

Quel giorno così disse Gesù ai suoi discepoli quando, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). E’ questo l’ideale evangelico che la Chiesa ripropone ai suoi figli sull’esempio vivo della giovane santa Teresa di Gesù Bambino. E’ la “Storia di un’anima” (1899) che ebbe accoglienza eccezionale e sorprendente successo sia ai ricchi sia ai poveri, sia ai dotti sia agli ingenui. La sua “piccola via dell’infanzia spirituale” indica la forza dell’amore di Dio che Teresa ebbe nel cuore della Chiesa in cui aveva scoperto la sua vocazione. Nello spirito delle beatitudini, Dio la condusse per mano all’offerta totale di sé e all’amore per la salvezza del mondo. Teresa, a chi la invoca, continua a essere presente con un’interrotta “pioggia di rose”.

“Fiorite fiori” facevo cantare ai cantori domenica 19 ottobre 1997, in San Pietro, per la proclamazione di Santa Teresa a “dottore della Chiesa”. Erano i fiori dell’Ecclesiastiaco, ma anche dal Cantico dei Cantici, erano i fiori di Isaia, i fiori dei figli santi del giardino di Dio, dove la rosa si sfoglia nell’Amore. Queste parole si armonizzano con i versi di Teresa: “Per te, Gesù, vorrei sfogliare la rosa che fiorisce, gettare fiori e petali…”.

Dal santo Vangelo, Teresa colse la ricchezza e la concretezza, ne gustò la poesia, la freschezza, il simbolismo con l’essenzialità nobile e semplice della giovinezza dell’ animo. Leggendo i suoi scritti, siano lettere come anche poesie, ogni espressione è un richiamo alla santa Scrittura, quasi ascolto sapienziale e orante della Parola. Si lascia così guidare dallo Spirito che la dispone a lasciarsi amare dal suo amato Dio.

Ecco alcune profetiche intuizioni spirituali.

– Innanzitutto la scoperta dell’Amore misericordioso di Dio. La Santa, difronte alla sfida dei tempi in quella svolta drammatica di fine Ottocento, “riscopre il Vangelo in tutta la sua carica profetica”. L’abbandono all’Amore misericordioso trasforma le proprie paure in occasione per offrire se stessi a colui che ha vinto il mondo con sua Croce gloriosa.

– Poi Teresa, attraverso la sua breve e fecondissima esistenza, testimonia il dinamismo della vita trinitaria, scopre la radicale novità dell’Incarnazione: “l’importanza della quotidianità e della responsabilità nel nome stesso di quel Gesù che è il Dio con noi, uomo tra gli uomini”.

– Teresa vive in entusiasmo l’amore intenso per la Chiesa che è “seme di Dio sulla terra e che attraverso Gesù è ormai parte integrante della storia umana”.

– Lo sguardo semplice e profondo, intuitivo e penetrante, femminile come quello di Maria, verso il mistero di Cristo, spalanca “un rapporto diretto con la persona di Gesù”.

– Come i grandi mistici, anche Teresa conosce la notte della fede e “testimonia, dall’interno del dramma dell’ateismo contemporaneo, il miracolo della solidarietà e dell’intercessione”. Alla scuola di santa Teresa di Gesù e di san Giovanni della Croce, anche Lei, Teresa di Lisieux, è Dottore della Chiesa.

Ci sono, poi, cinque espressioni che rivelano le principali esperienze spirituali della vita di Teresa soprattutto nel momento della sua preziosa morte.

– La prima ha per titolo “Madre, il cui riso amabile” ed è tratta dall’ultima di quelle 25 ottave di cui si compone la più bella poesia di Teresa: Perché t’amo, o Maria, composta nel maggio del 1897. In quell’espressione, la Santa chiede alla Vergine Maria che ritorni a sorriderle perché sta affrontando la morte così come le aveva sorriso quand’era piccola salvandola dal male.

– La seconda ha per titolo “E’ Cristo l’amatore”. Le strofe della poesia, composta il 21 gennaio 1896, sono tre: “I responsori di sant’Agnese,. In queste espressioni Teresa canta il suo innamoramento per Gesù. Questa passione d’amore le farà sperimentare le dolcezze più gustose e rare che le daranno la forza contro “il ferro e il fuoco” del male. 

– La terza ha per titolo “Scendendo in terra” e riferisce la prima strofa della poesia “Il cantico di suor Maria della Trinità e del Volto Santo”, composta il 31 maggio del 1896. Con questa espressione vengono ricordati i due aspetti principali di Cristo nella devozione di Teresa: Gesù Bambino e il Volto Santo.

– La quarta espressione dal titolo “Noi discendiam dalla magion degli angeli”, ricorda il momento conclusivo tragico e glorioso, drammatico e affascinante della vita di Santa Giovanna d’Arco, secondo il dramma composto da S. Teresa ed eseguito il 21 gennaio del 1896. Mentre Giovanna muore bruciata sul rogo, dal cielo scendono quelle misteriose Voci amiche che la vogliono portare nel trionfo del paradiso celeste. Sarà così anche per Teresa: Lei morirà sul rogo delle vampe d’amore.  

– La quinta espressione porta il famoso titolo che rivela chi è Teresa: “Morire d’amore!”. Si tratta della XIV strofa dell’altra sublime poesia della Santa: “Viver d’amore!” composta il 26 febbraio del 1895. Come si vive, così si muore. La vita d’amore conduce Teresa a morire d’amore.

Pregare è conversare “a cuore a cuore” con Dio! Cantare è il gesto proprio di chi sa pregare amando! Sant’Agostino, inebriato dall’amore divino, afferma: “Cantare amantis est”! Il gesto del canto è proprio di chi è capace d’amare.

Cos’è la preghiera se non il sublime restare cor ad cor con Dio, Trinità beata?

Il salmo 131 ci istruisce che, attraverso l’umile preghiera dell’abbandono, si è “come un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (v.2). La mamma che stringe tra le braccia il figlio suo è icona sempre antica e sempre nuova, della materna tenerezza misericordiosa di Dio Padre. Teresa di Gesù Bambino così implora:

Tu che conosci la mia infinita piccolezza,

non temi di abbassarti fino a me!

Vieni nel mio cuore, Ostia bianca che amo,

vieni nel mio cuore che ti attende!

Ah, come vorrei che la tua bontà mi lasciasse morire d’amore

 dopo questo dono.

O Gesù, ascolta il grido della mia tenerezza:

vieni nel mio cuore!

Questa è l’ultima composizione poetica scritta dalla Santa nella notte tra il 12 e 13 luglio 1897. E’ la mia prima composizione musicale dopo la nomina a Maestro della Cappella Sistina. Composta l’1 ottobre 1997 ed eseguita il 19 ottobre 1997, questa preghiera è secondo canto di comunione del Proprio della Messa per la proclamazione di santa Teresa a Dottore della Chiesa. I testi, scritti da Crispino Valenziano, furono da lui elaborati dagli scritti della Santa.

Giuseppe Liberto