Amarci come Cristo ci ama

Gesù annunzia l’opera di salvezza come scambio d’amore che dal Padre per il Figlio discende verso i discepoli. Il Padre rivela il suo amore per il Figlio donandogli la missione di essere nel mondo il suo rivelatore. Il Figlio a sua volta trasmette ai suoi apostoli il mandato che lui ha avuto dal Padre. Gli apostoli sono i missionari di questo mandato e lo compiono allo stesso modo in cui il Figlio ha compiuto nella fedeltà la missione che il Padre gli ha affidato. La morte in croce è il segno supremo di questa fedeltà che il Padre gli ha dato.

L’imperativo è di rimanere nell’amore praticando la concordia fraterna dei primi cristiani che erano “un cuor solo e un’anima sola”, senza la quale ogni testimonianza diventa non credibile. Il pensiero dell’Apostolo Giovanni è molto profondo e cristiano perché si tratta dell’esperienza di credere nell’amore che il Padre e il Figlio hanno per noi. Per Gesù è stata una gioia sublime comunicare agli apostoli la rivelazione del Padre che è fondamentalmente realtà salvifica per l’uomo. Questa gioia divina passa agli apostoli che, a loro volta, devono trasmetterla nella gioia perfetta dell’amore senza misura.

Questa missione non è data da un superiore a dei servi sconosciuti. I servi seguono ordini, anche se non comprendono né il motivo né il significato. I discepoli seguono la volontà del Maestro perché sono amici e per questo conoscono i segreti che Gesù ha ricevuto dal Padre suo. Gesù li ha scelti e li ha chiamati per “andare” in tutto il mondo e annunziare la qualità divina dell’amore smisurato ed eterno di Dio verso le sue creature redente dal sangue del Figlio. Le fatiche apostoliche porteranno frutto nella misura in cui l’amore del Padre rivelato nel Figlio sarà l’amore che unisce tra di loro i testimoni di Cristo.  

È Cristo che rivela al mondo l’amore di Dio, anzi, di Dio che è Amore e dona alle sue creature il suo stesso amore. Durante il battesimo di Gesù nel Giordano, la voce dal cielo conferma l’immenso amore del Padre per il Figlio nel quale si compiace. È lo stesso Gesù che lo conferma: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15,9). Gesù, quindi, ci ama allo stesso modo e con lo stesso amore con cui lui è amato dal Padre. Nel colloquio notturno con Nicodemo, Gesù lo afferma: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Rimanere nell’amore di Dio significa osservare i comandamenti del Padre che sono il progetto del Suo amore. Gesù, come Dio-uomo, ha osservato fedelmente e pienamente i comandamenti del Padre (Gv 15,10) e perciò si offre come modello ed esempio da imitare e seguire da parte dei credenti.

Rispetto alla vecchia legge mosaica, egli dona ai discepoli un comandamento nuovo: i suoi discepoli devono amarsi gli uni gli altri con lo stesso amore con cui sono amati da Cristo. Egli infatti dona il nuovo comandamento: “amatevi come io vi ho amato” (Gv 15,12). La concorde armonia d’amore è sublime: Gesù ama il Padre con lo stesso amore con cui il Padre ama lui. I discepoli sono amati da Gesù con questo stesso amore. Anche i discepoli devono amarsi a vicenda con lo stesso amore con cui sono amati da Gesù. Il cerchio d’amore è dunque perfetto e completo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12).La pienezza dell’amore è data dal dono della propria vita. Soltanto chi vive di questo amore non è più “servo”, ma “amico” di Dio. Il discepolo non è mai solo perché vive innestato in Cristo e da lui riceve forza per perseverare e per portare frutti. È necessario, dunque, armonizzare amore e comandamenti. Rimanere nell’amore di Cristo e osservare la legge dell’amore verso i fratelli, modellato sull’amore di Cristo, è totale impegno di vita.

L’amore però non è pura osservanza di una tra le innumerevoli leggi scritte, misura senza misura del vivere l’amore nell’amore con cui Cristo ha amato noi. Soltanto questo modello di rapporto fa sbocciare l’intimità amicale che abbatte distanze e, creando comunione di vita, diventa intimo dialogo tra l’amante e l’amato. Attraverso il rimanere all’interno di questa sublime concordia teandrica, il credente sarà capace di essere vero testimone dell’amore che lo Spirito Santo accende in ogni cuore. È questo il vero testamento che Gesù lascia ai suoi discepoli prima di ascendere in cielo per ricongiungersi al Padre. I discepoli, infatti, tra poco rimarranno soli e saranno affidati a sé stessi, dovranno dunque rimanere uniti e non disperdersi. Il loro reciproco amore sarà sacramento della presenza di Cristo nel mondo.

Nella nostra epoca sempre più secolarizzata e imbrattata da idolatrie d’ogni genere, il dominio del mondo sulle coscienze tenta l’uomo a vivere falsi valori che lo alienano. Cristo nei cristiani è odiato perché con le sue opere e la sua parola mette in evidenza l’opposizione del mondo alla gloria del Padre che lo ha inviato e alla salvezza che ha donato agli uomini. L’annunzio delle beatitudini, rivelando l’immagine nuova del vero uomo, ha capovolto i sistemi del mondo. Il vero credente, infatti, che vive e annunzia il vangelo, dovrà subire incomprensioni e persecuzioni tanto che i veri testimoni sono chiamati martiri.

Con la sua morte, Gesù non se ne va, ma continua a venire in un restare dolcissimo nel mistero della sua Chiesa, sino alla consumazione dei secoli. Il forte e dolce mistero dello Spirito Santo è lo stesso mistero della presenza reale e perenne del Cristo. Anche se Satana, forte e sicuro di sé, cerca sempre di distruggere Dio, lo Spirito Santo, sostenendo i veri credenti della Chiesa di Cristo, illumina la loro memoria per ricordare e annunziare i fatti e i detti del loro Maestro. Questa memoria è già profezia perché lo Spirito Paraclito attualizza il passato nel presente anticipando il futuro, in una dinamica protesa verso l’attuazione di tutta la verità.

Giuseppe Liberto

Armonie in canto per la vigna

I discepoli, dopo l’ascensione del Maestro, verranno a trovarsi in una situazione totalmente nuova, per cui Gesù dà loro degli orientamenti sicuri per vivere la fede in Lui. Questa direttiva si basa non su un sistema di precetti e comandamenti scritti sulla carta, ma sulla custodia dei suoi “dicta et facta”. Gli apostoli devono vivere e annunziare la sua parola rivelata, quella stessa che Gesù ha ricevuto dal Padre e che racchiude tutta l’opera della sua vita e non un qualsiasi comandamento aggiunto ad altri. Questa regola è fondata sulla rivelazione dell’Amore Trinitario, manifestato nella vita del Salvatore attraverso la sua Incarnazione-Passione-Morte. L’amore fraterno visibilizza la qualità dell’essere discepolo immergendo la propria vita nell’Amore del Padre incarnato nel Figlio. Senza questo stile d’amore, tutto diventa vaga religiosità effimera. “Osservare i comandamenti” significa accogliere e vivere il dono dell’insegnamento nuovo che è la fondamentale regola di vita che fa i veri cristiani. Cristo capovolge il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” dicendo che i discepoli, per essere veri cristiani, devono amarsi tra loro come lui li ha amati. L’esempio della sua morte in croce non è solo il fondamento della vita nuova ma anche la misura senza limiti dell’amore dei discepoli tra loro: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»(Gv 13,35).

L’inizio dell’esperienza di fede dei discepoli di Gesù è innestato nell’amore con cui Dio ha tanto amato il mondo da donare il Figlio suo amatissimo. La missione del Figlio ha come intento la salvezza di tutta l’umanità. Tutti gli uomini, infatti, nascono, crescono e muoiono all’interno di questo amore preveniente. Gesù, nel donare la propria vita, rimane nell’amore del Padre e dà origine all’umanità salvata. Nella parabola della vite e i tralci, Giovanni racconta come Gesù è il tronco da cui germogliano i tralci e insieme la totalità della pianta di cui il Padre celeste è l’agricoltore. La crescita della vite dipende innanzi tutto dall’obbedienza del Figlio rimasto nell’amore che il Padre ha per lui che ha osservato i suoi comandamenti (v. 10); in secondo luogo, al permanere dei discepoli nell’amore che egli ha per loro (v. 5); infine, all’obbedienza dei discepoli al suo comandamento che è quello dell’amore vicendevole (v. 17).

Quest’amore salvifico discende dal Padre in Gesù, e da Gesù nei suoi discepoli e da questi nel mondo intero. La vite non delimita lo spazio dell’amore del Padre, la vite è il luogo eletto in cui l’amore divino-umano porta il suo frutto. Quest’amore teandrico non è un puro fatto sentimentale, ma un lasciarsi avvolgere e coinvolgere dalla dinamica dello Spirito-Amore che ha la sua fonte nel Padre-Amante, sgorga nel Figlio-Amato e dal Figlio ai figli amati. Questa nuova creazione è permanenza dell’amato nell’Amore così come la fecondità del tralcio sta nel suo rimanere nel tronco. Quando il tralcio si fa estraneo alla linfa, deperisce e muore. Senza Cristo, il discepolo non è più cristiano ma falso credente. Con il progresso tecnico e scientifico, con la cultura secolaristica ubriacata solo dai successi personali che mettono da parte Dio Trinità costruendo un dio mito, il vuoto spirituale porta alla sterilità e alla morte. 

Nella Prima Lettera di Giovanni leggiamo: «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti nella verità… Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato»(1Gv 3,18.24). I due verbiinsistono sull’accoglienza del dono spirituale che deve rimanere in noi attraverso l’intimità della comunione e la fedeltà che alimenta il dialogo reciproco teantropico. Dimorare in lui, dunque, significa osservare i comandamenti di Dio che hanno nel cuore il credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e amarci gli uni altri come lui ci ha amato.

La parabola della vite e dei tralci è metafora della circolarità dell’amore che il Maestro ci insegna attraverso il discorso ai suoi nell’appassionato «ut unum sint»:essere una cosa sola con lui e in lui tra noi. È questo l’elemento fondante per essere veri cristiani e prima condizione per formare la Chiesa di Cristo. Da Cristo il battezzato attinge linfa e riceve energia per fiorire, maturare e portare frutti. La fede non è donata come un oggettino devozionale da custodire in bacheca, ma è risposta alle esigenze della Parola rivelata accolta come seme di rinascita e germe che dona sempre frutti di vita anche in mezzo alle lotte e alle persecuzioni. Soltanto chi non crede è tagliato e tolto dalla vite e gettato nel fuoco, invece chi crede è mondato affinché la fede confessata e praticata venga costantemente purificata per donare frutti di vita.

Il cristianesimo non è una religione tra le tante, ma è vita in Cristo e nella Chiesa, compartecipe non soltanto della natura divina, ma anche della gloria di Dio nel regno escatologico preparato da Cristo per i suoi eletti. Soltanto l’unione con Cristo porta con sé fecondità. Insieme al profeta Isaia, inneggiamo con le armonie del canto della vigna che egli compose all’inizio del suo ministero: «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna»(Is 5,1).  E poi il Profeta contempla Israele come la vigna deliziosa sulla quale Dio veglia con amore se si vive “cuore a cuore” col suo amore: «In quel giorno la vigna sarà deliziosa: cantatela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno»(Is 27,2-3).

Giuseppe Liberto   

Gesù porta e pastore

Il Dio dei farisei è un Dio che ha poco a che fare con il cuore, volto segreto dell’uomo. Nella santa Scrittura, la parola “cuore” indica l’intimità in cui l’uomo fa esperienza di sé stesso come essere che ha bisogno di amare e di essere amato. La giustizia dei farisei era quella costruita su propria misura e i rapporti con l’uomo erano quelli della legge e delle sanzioni. Prigionieri della loro ideologia teocratica, incapaci di percepire Dio come amore misericordioso, parlavano in nome di Dio senza conoscerlo e trattavano gli uomini senza conoscerli. Sono stati questi inumani sistemi a condurre Gesù sulla croce.

Nel Vangelo di Giovanni (10,1-21), non si può leggere la parabola del Buon Pastore in chiave arcadica, essa perderebbe tutto il significato che Gesù voleva darle. Dalla dura disciplina della legge, la parabola conduce all’interno dell’ovile della libertà evangelica. Nel brano di Giovanni non incontriamo un irenico “concordismo” che spegne e demotiva i gesti sublimi della divina concordia, ma troviamo Gesù Porta e Pastore. Egli esercita la signoria non come dominio e oppressione, come fanno i falsi pastori, ma come preoccupazione che ricerca l’unità del gregge. La sua presenza, infatti, ha sempre i tocchi e le forme della tenerezza. Egli è il Pastore bello e buono che dona la sua vita e stabilisce un singolare rapporto d’intimità con ciascuna delle pecore del suo gregge.

Il simbolo del pastore rivela la relazione che c’è tra Cristo e i suoi discepoli presentando la Chiesa vivente sotto il vincastro dell’unico Pastore che non è il re signore del suo gregge, ma il Figlio di Dio che rivela ai suoi l’amore del Padre. Egli è il mediatore unico, la porta per accedere alle pecore e farli andare ai pascoli ubertosi. La nuova esistenza è fondata sulla conoscenza reciproca tra pastore e pecore che si esprime attraverso l’amore fondato su quello che unisce il Padre al Figlio. Gesù è il Pastore perfetto che offre la sua vita per il gregge che egli ama e che conduce sulla via della verità che dona la vera vita. 

In Giovanni, la parabola del buon Pastore inaugura la Chiesa. Il vero pastore “sacramentale” non sostituisce il Buon Pastore, non sfrutta le sue pecore facendosi servire da esse, rigettando così ogni forma pastorale che ha i caratteri dell’estraneità senza concorde sintonia con il Signore. La voce che deve risuonare all’interno è sempre quella del Buon Pastore che guida e orienta tutto il gregge. Sull’esempio del Signore, i pastori della Chiesa devono andare anche in cerca della pecora smarrita per condurla all’ovile, vegliare contro i lupi rapaci, contro i falsi dottori che trascinano nell’eresia. I falsi pastori da Gesù sono chiamati mercenari, ladri e briganti che entrano nell’ovile non dalla porta, ma scavalcando il muro per impadronirsi del gregge. Il buon Pastore corre a cercare la pecorella smarrita e, trovatala, nell’abbraccio d’amore, se la stringe sulle spalle per condurla nell’ovile: Lui, Porta dell’ovile.

Gesù Pastore è dunque, nello stesso tempo, Porta dell’ovile: «Io sono la porta delle pecore»(v. 9).  L’allegoria della porta serve a mantenere fuori gli intrusi, i farisei. Gesù, che ha offerto la propria vita per i suoi, è l’unica porta attraverso la quale si può entrare nell’ovile. Entrano dalla porta soltanto quelli che parlano e agiscono in nome di Gesù. Soltanto chi passa attraverso Gesù potrà compiere con verità, sicurezza ed entusiasmo la sua missione. Attraverso Cristo e grazie a lui possiamo introdurci nei segreti di Dio. Le pecore escono ed entrano con tutta sicurezza perché non sono un gregge senza pastore e dispongono altresì di un pascolo che è per loro vita. La porta è causa di salvezza perché impedisce a quanti stanno dentro la casa di uscire e, nel medesimo tempo, li difende da quegli estranei che tentano invano di entrare. Il ladro ruba e uccide, il pastore non solo dona la vita, ma offre la sua stessa vita.  Il vero cristiano è salvato e protetto da Cristo nel momento in cui, per mezzo di lui, entra a far parte della comunità della Chiesa dove Cristo è il vero buon Pastore.

Nella Chiesa, Gesù è l’unico ed esemplare Pastore: «Io sono il buon Pastore»(vv. 11.14). Con il dono di sé, egli conosce tutti gli uominie perciò ha il potere di fare ascoltare a tutti la sua voce. Questa conoscenza reciproca raggiunge il culmine nella sua morte, che non è un infortunio, ma un gesto volontario per fare la volontà del Padre, consenso alla morte dove rifulge la risurrezione. Nella sua morte, egli costituisce il nuovo gregge dandogli la base per l’unità e l’energia per sua crescita (cf Gv 15,13-15). Suo desiderio è che tutti gli uomini siano in un solo ovile sotto un unico Pastore. È Lui il guardiano che spalanca la porta e introduce a sé stesso perché i suoi fedeli ascoltino la sua voce e gli obbediscano. Il buon Pastore, con il gesto della squisita tenerezza, ha cura delle sue pecore. Infatti, l’amore per ciascuna di esse lo porta a donare la vita per le sue pecore. Il vero pastore, come Gesù, è padre e maestro che illumina e guida. In certi ambienti di Chiesa, purtroppo, c’è il pericolo di considerare la persona come numero aggregato nell’anonimato, scritto su registri con nomi e cognomi senza volto e senza personalità. I mercenari, infatti, preoccupati solo del salario e non del gregge, sono dittatori insipienti e sfruttatori, conduttori devianti e ciechi, pronti a prendere le pecore per sfruttarle e poi annullarle.

Al mattino di Pasqua, nel giardino della risurrezione, gli apostoli sono stati chiamati a essere operai della “mistica vigna” del Signore: «Andate… annunziate… fate il memoriale».Nell’intimità del nostro essere e negli spazi aperti della Chiesa universale, bisogna essere testimoni veri ed entusiasti del Risorto e, nella gioia e nella bellezza d’amore, possedere l’arte di coltivare la fragrante e feconda “vigna in fiore”. Simbolo del gregge di Cristo è la sua Chiesa che vive la fragrante comunione con Lui, mentre ne sperimenta la sua vigile custodia. Cristo chiama ciascuno per nome, quel nome ricevuto nel battesimo; assicura la sua presenza, indica la propria vocazione, avvia sulla propria strada. Nella Chiesa, pur essendoci i mediatori della Parola, la voce decisiva per tutti è quella di Gesù Cristo. A nessuno stiamo più a cuore che a Lui: nessuno, infatti, conosce il nostro cuore più del Pastore Gesù.

Ogni persona umana, creata da Dio con singoli doni, ha un segreto e un cammino che solo Cristo conosce. È lo Spirito di Gesù che, nell’impronta della singolarità, individua e indica la vocazione, senza renderne conto a nessuno se non a Lui soltanto. Il buon Pastore, infatti, «chiama le sue pecore a una a una» (10,3) ed esse ascoltano la sua voce. Anche in mezzo a turbamenti, a perplessità, a strane irrazionalità create da pastori, da fratelli o circostanze che si scatenano attraverso assurde vicende e strani arbitri, soltanto la presenza di Gesù Pastore dona orientamento, sicurezza e certezza. Il buon Pastore viene sempre in nostro aiuto perché ci rassicura e ci rasserena. Nel Salmo 22 cantiamo che il Pastore bello e buono (kalòs) «ci guida alle sorgenti della vita» attraverso la sua Parola e i suoi sacramenti, solo così non manchiamo di nulla. Anche se camminiamo «per una valle oscura», non temiamo alcun male perché Lui è sempre con noi. Il vero recinto, il vero bastone, il vero vincastro e la vera autorità ci danno sicurezza perché sono in quella voce che sgorga dal cuore del Pastore.

Quando due creature si amano senza farsi violenza, si posseggono a vicenda nella misura in cui si amano. La voce di Gesù penetra nelle radici del nostro essere perché, immersi nel suo amore, Egli ci possiede rendendoci liberi e ci libera possedendoci: ecco la regola fondamentale dell’Agape. Gesù, nella preghiera che rivolge al Padre, così implora: «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato…Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me»(Gv 17,21.23).

Giuseppe Liberto

Dall’incredulità alla fede

La presenza di Gesù dopo la risurrezione è diversa da com’era prima, perché ora diventa una questione di fede. Dopo l’incontro con Gesù risorto, i discepoli reduci da Emmaus tornano a Gerusalemme dagli undici apostoli e tutti raccontano tra di loro: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!” (Lc 24,34). Anche i due di Emmaus narrano l’esperienza dell’incontro con Gesù, il riconoscimento al momento di spezzare il pane e lo sparire dai loro occhi. Mentre conversavano tra di loro, Gesù riappare e porge loro il consueto saluto pasquale con il dono della pace. Il primo saluto del Risorto è offertorio di pace, poi segue il dono: la missione di essere testimoni della sua Pasqua a tutti gli uomini.

I discepoli non lo riconoscono subito nella sua corporeità gloriosa, anzi, sconvolti e pieni di paura pensando che sia un’illusione ottica, lo scambiano per un fantasma. La morte di Cristo, e quel tipo di morte, li aveva certamente traumatizzati. Gesù li rassicura sulla sua identità e, unendo alle parole i segni della sua passione, li invita a toccarlo. Per convincerli si fa vedere e toccare, mangia con loro e soprattutto fa omelia per far comprendere loro le Scritture.

Gli apostoli, più che essere meravigliati, hanno paura. Stupefatti e sbigottiti, cosa possono pretendere in più del fatto che Gesù abbia chiesto da mangiare in loro presenza? Luca, infatti, insiste sulla “corporeità” per confermare la verità dell’avvenimento. Gesù ha un corpo capace di apparire improvvisamente a porte chiuse, bisognoso di alimentazione e poi di ascendere in cielo. Nessun fantasma è in grado di parlare; nessun fantasma può mostrare i segni della passione; nessun fantasma è in grado di mangiare.

Gesù, dunque, non è un fantasma perché ha un corpo risorto da morte attraverso un reale passaggio dalla morte alla vita che viene da Dio. Il Risorto si può riconoscere soltanto attraverso la fede. La risurrezione di Gesù, e anche quella nostra da essa rivelata, è un mistero di Dio: si tratta, infatti, di una vita diversa da quella che noi viviamo e per questo coinvolge profondamente l’uomo. Dio vince la morte con la risurrezione e la vita ma c’è una sola condizione per crederci: pentirsi e cambiare vita. La remissione dei peccati, infatti, ha la sua unica sorgente nel mistero pasquale.

Il richiamo che Gesù fa ai discepoli è lo stesso che la Chiesa dovrebbe rivolgere a tutti quelli che stentano o si ostinano a rifiutare la verità della risurrezione che ha avuto testimoni scelti dallo stesso Gesù. Non si tratta quindi di mancanza di prove e testimoni qualificati, ma di incredulità nella parola di Dio da loro trasmessa. I discepoli ormai devono convincersi che il loro Maestro non è più Gesù che parla proiettato soltanto verso la passione e morte, ma il Cristo rivestito di gloria, vincitore del peccato e della morte.

Gli apostoli sono inviati per annunziare il mistero di morte e risurrezione che comprende la visione prepasquale e quella postpasquale di croce e di gloria: elevatio crucis – exsaltatio gloriae. La fede nella resurrezione renderà gli apostoli forti e coraggiosi per affrontare l’evangelizzazione e il martirio. La catechesi cristologica, infatti, si conclude con la missione degli undici chiamati a diventare i prosecutori dell’opera del Maestro. Essi sono i testimoni, cioè i martyres, della Morte-Risurrezione di Cristo e gli annunziatori della conversione per la remissione dei peccati. La credibilità degli apostoli non è data da una capacità dialettica o da una potenza politico-religiosa, ma dall’energia spirituale di annunziare la verità nella carità: solo essa può piegare gli animi a cambiare la coscienza, a rinnovare i cuori, a illuminare le menti, a orientare il corso della storia aperta verso la nuova creazione.

Gli apostoli, infatti, sono stati inviati da Cristo non per costruire un regno di questo mondo, dominato da monarchi che hanno a disposizione armamentari speciali per dominare attraverso il giustizialismo legalistico del delitto e del castigo. È lo Spirito-Amore del Padre e del Figlio che anima e conduce la Chiesa attraverso la sola tecnica della misericordia degli apostoli, pastori del gregge, preoccupati soltanto della salvezza di tutti i suoi figli.

È lo Spirito che dirige la Chiesa: senza direzione, c’è sempre confusione. È lo Spirito che la orienta: senza orientamento c’è dispersione. È lo Spirito che la unifica: senza unità c’è uniformità corrosiva, discordia e morte. Lo Spirito non cessa mai di svolgere la sua azione preziosa e silenziosa nel segreto delle coscienze. Egli predispone gli animi ad accogliere l’annunzio della salvezza in Cristo morto e risorto. Lo Spirito saprà rendere fecondi i nostri sforzi anche quando essi potrebbero apparire umanamente destinati al fallimento. Bisogna vivere nel coraggio della speranza perché soltanto lo Spirito soccorre e scioglie ogni residua Babele.

Giuseppe Liberto

Croce è risurrezione

Senza la Risurrezione, è vana la nostra fede. Fondamento della fede è Cristo morto, risorto e glorioso. Vana è la fede di quei cristiani che si sono fermati al Venerdì santo e che, seduti comodamente sotto la croce, credono soltanto nel Cristo definitivamente morto. Ne vien fuori un falso cristianesimo piagnucolone, senza speranza, senza amore e privi di vita. Non si dica poi che un motivo o un altro si perde la fede. Non si perde ciò che non si possiede così come non si può amare chi o ciò che non si conosce.

La Risurrezione è “forza” per chi è stanco dei surrogati di religione; è “luce” per chi è annebbiato da tutte le forme di devozioni superficiali che talvolta sconfinano in pseudo-religioni idolatriche; è “sicurezza” per chi, fragile nella fede, non si accontenta di rigagnoli devozionalistici e, volendo usare un’espressione di Geremia, di cisterne screpolate che contengono un po’ di acqua piovana solo per qualche periodo e poi, in tempo di siccità, si svuotano. La sicurezza è per chi vuole scavare il proprio ricco pozzo nelle sorgenti d’acqua viva delle sante Scritture e del Mistero della Chiesa sacramentale.

La Risurrezione è “cibo sicuro” per chi vuole trovare la purezza della religione solida, non superficiale, non occasionale, non immediatamente comprensibile. La Risurrezione è “coraggio” per chi non vuole una religione consolatoria e mielosa. Cristo, infatti, ci ha insegnato che il vero discepolo è “sale della terra” e “luce del mondo”. La Risurrezione è “energia” che sconvolge la coscienza, mette in crisi l’intelligenza, infiamma di luce il cuore che cerca il vero amore, impegna nell’azione per vivere nella storia, tra fascino e dramma, incarnati lì dove Dio ci ha piantati.

La Risurrezione è principio della nuova creazione cosmica e di fecondazione di tutto l’essere; è proclamazione di fede vera, profonda e vissuta che obbliga a non rimanere in una fede di a-theos devoto, perché ci costringe a scavare in noi stessi e vedere se all’interno di noi non c’è concorde unità ma fratture, se siamo spezzati illudendoci di essere uniti e perfetti. Alla luce in splendore della Risurrezione possiamo entrare nel deserto della feconda ricerca per crescere, come dice san Paolo, nella conoscenza di Dio Trinità beata.

Sotto la croce, la madre di Cristo non era l’incosciente disperata, ma la Donna di fede, sempre la piena di grazia che continuava a vivere il suo fiat al Padre nel fiat del Figlio. Maria ha vissuto pienamente il dramma del Calvario come Figlia del Padre, Madre Vergine del Figlio, Sposa nello Spirito Santo. Il suo itinerario di fede, iniziato con l’annunzio dell’Angelo, ha il suo culmine luminoso nella gioia ineffabile della risurrezione del Figlio. Alla luce della Pasqua, Lei Madre e Sposa della Chiesa, ci fa comprendere il mistero dell’annunciazione, della visitazione, delle nozze di Cana e il Magnificat, canto di rivoluzione per la vittoria pasquale. Lo stesso Calvario lo vede illuminato dalla Pasqua, anche se è luce trafitta di chiodi, di spine, di fiele, d’agonia e morte.

Accorgersi della tomba vuota non è credere alla Risurrezione: ci vuole per questa l’intelligenza della fede come rapporto personale con Cristo che per primo t’interpella, ti sostiene e ti rafforza nella fede. L’appello d’amore esige pertanto risposta d’amore. Dio ci ama d’amore pazzo, ma bisogna lasciarsi coinvolgere da quell’amore per rispondere all’amore. Finché Maria di Magdala crede in uomo morto e va in cerca di un cadavere, è sconsolata e piange scambiando Gesù per l’ortolano. Anche gli occhi dei discepoli di Emmaus sono impediti dal riconoscerlo e così rimangono sfiduciati e privi di speranza. Gli Apostoli, finché non sperimentano Gesù risorto, saranno incerti, paurosi e anche traditori.

All’alba della prima Domenica

Maria di Magdala

corre ansimante al sepolcro

tomba della sua speranza.

Con il pianto d’amore

vuole bagnare i piedi

del suo amato Signore,

vuole coprirli di baci

e cospargerli

di cinnamomo e nardo.

“Maria!”

Folgorata dalla luce d’aurora

il suo cuore sobbalza

come sul punto d’infrangersi.

Ferita d’amore, grida:

“Rabbunì!”

delirio d’estasi

appassionato duetto d’amore!

Il Signore risorto

è ormai il suo cuore!

La risurrezione di Gesù non è un semplice ritorno alla vita ma è la Vita nella Gloria presso il Padre. Il Risorto sottrae la sua presenza visibile rimanendo nel tempo della Chiesa che attende l’ultima sua venuta nella gloria. Il tempo della Chiesa non è nostalgia di un passato che aspetta l’assente, ma percezione di fede e itinerario di una presenza d’amore che è certezza del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi. Quando si leggono i santi Vangeli, bisogna fissare lo sguardo del cuore verso Gesù storico e, nel contempo, verso gli evangelisti che scrivono per le loro comunità, facendo anche attenzione al cammino della tradizione tra storia e redazione dei testi ispirati. Gesù, assunta ritualmente la Pasqua d’Israele, l’ha trasformata nella nuova Cena della nuova Pasqua, quella sua e quella della Chiesa. Tutto è stato profetizzato nell’ultima Cena.

La Pasqua per i cristiani è Qualcuno non qualcosa, una Persona non un avvenimento ormai passato. San Gregorio Nazianzeno, in un’omelia, afferma: «Pasqua, mi dirigo a te come a una Persona viva» (Orat. 45,30). Nella sera in cui l’Amore si fa dono di sé, il Signore resta con noi nella Mensa della Parola di verità e del Cibo di Vita. Parola e Cibo rimangono il nutrimento unico e insostituibile del battezzato che vuole vivere l’affascinante avventura di fede, amore e speranza all’interno della Chiesa di Cristo, suo Corpo e sua Sposa, nostra Madre e Maestra. La preghiera di fede, nutrendosi di questa speranza, si fa invocazione d’amore allo Sposo: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Il Signore entra per rimanere sempre con i suoi in sublime intimità d’amore. L’episodio di Emmaus con quello di Tommaso rappresentano un dittico impareggiabile di fede pasquale.

Giuseppe Liberto

Domenica di Risurrezione

Il Triduo Pasquale culmina nella Veglia di Pasqua, intensa e solenne, che celebra, nell’incontenibile gioia dell’Exsultet e degli Alleluia, la Risurrezione di nostro Signore. Non si tratta di vaghi ricordi nebbiosi e avvolti negli avvenimenti di un lontano passato ma di eventi e di valori che rimangono perenni nel tempo. Svolto nel tempo, il mistero della passione e morte di Gesù emerge sopra il tempo e ogni uomo è invitato a prendervi parte.

La morte di Gesù non è il caso di un martirio tra i tanti drammatici gesti di oppressione e di violenza che affliggono la storia della creatura umana ma gesto sublime e gratuito d’amore misericordioso del Padre per la nostra redenzione: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Credere nel Figlio dell’uomo innalzato sulla croceè credere nell’amore del Padre che ha donato il Figlio suo per la nostra salvezza. Sul Calvario è stata decisa la redenzione perché su quel colle si è realizzato il più grande amore di Dio per l’uomo. La misericordia del Padre si è fatta visibile e si è offerta all’estremo perché potessimo essere immersi in quell’amore che ci ha reso figli nel Figlio per lo Spirito effuso nei nostri cuori.

La Pasqua, quindi, non è un ricordo sepolto nel cuore della Chiesa, ma una memoria sempre viva che opera la salvezza perenne dell’umanità. La Pasqua è certezza che pervade i primi testimoni, tramite i quali si è costituita la Chiesa di Cristo e la fede è arrivata sino a noi. Se per l’uomo che non crede, la croce è follia e impotenza, per il credente la Pasqua di morte e risurrezione è sorgente di vita divina. Sulla croce, infatti, è ricreata la nuova umanità.

Nello splendore di quel mattino, nasce l’umanità nuova, per questo i credenti inneggiano in entusiasmo: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia: rallegriamoci ed esultiamo, alleluia”.  Il prefazio di Pasqua lo annunzia e lo canta: “In questo giorno, Cristo nostra Pasqua si è immolato. E’ Lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo; è Lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”. E’ il grido di fede della Chiesa che interessa l’uomo, anche quello più lontano e assente. Senza quest’annunzio, la Chiesa, fatalmente, perderebbe la sua identità e la sua ragion d’essere, rimanendo folla di credenti non credibili.

Gesù è risorto come primizia e come inizio. Il cristiano non può vivere come se la risurrezione di Gesù fosse una favola o come se nulla fosse avvenuto. La risurrezione è testimonianza di vita della Chiesa e del cristiano. Grazie al battesimo, nel mistero abbiamo realmente assunto la morte e siamo stati innestati nella risurrezione. I sacramenti sono gesti di Cristo risorto e attraverso l’effusione del suo Spirito, ne realizzano la presenza. Il cristiano, dunque, muore con Cristo perché passa nella morte di croce e con Cristo risorge.

Configurato a Cristo nel battesimo, il cristiano partecipa realmente alla sua vita divina che resta spirituale e nascosta finché non sarà manifesta e gloriosa nella parusia, quando tutto il nostro essere sarà preso dalla risurrezione e la grazia si trasfigurerà in gloria. San Paolo, con stupefacenti espressioni, così scrive ai Colossesi: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo si sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria” (Col 3, 1,4).

La Chiesa è “rinnovata dai sacramenti pasquali”. Sono chiamati “pasquali” perché nella morte e risurrezione di Gesù sono principio di vita nuova. Tutti i sacramenti, atti di Cristo crocifisso e risorto, ci comunicano la potenza redentrice della sua Pasqua.  In essi, il “prodigioso duello” vinto da Cristo, continua a essere vinto per noi.

La “gloria di Cristo risorto” ci avvolge nel nostro cammino di fatica terrena, mentre, con Maria di Magdala inneggiamo: “Cristo, mia speranza, è risorto”. L’Eucaristia è il sacramento più intenso della Pasqua di Cristo. Nella divina Liturgia eucaristica, come i discepoli di Emmaus, lo incontriamo mentre ci spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui, rendendoci così comprensibile il suo destino di passione, infondendoci calore nel cuore e rinnovandoci nel suo Spirito. Poi lo incontriamo “nella frazione del pane”, dove è Gesù stesso che presiede, che dice la benedizione e offre il pane spezzato.

In ogni eucaristia, come nell’Ultima Cena, attraverso il ministro, Cristo stesso rende grazie e invita alla comunione intima con Lui nutrendoci del suo Corpo e del suo Sangue, “sacramenti pasquali” che rinnovano e legano alla gloria incorruttibile della risurrezione.

Non è tanto la moltiplicazione dell’eucaristia che salva, ma quel Sangue prezioso che redime quando incontra un cuore che accoglie in pienezza d’amore. Teresa di Lisieux viveva con intensità inebriante il mistero della morte e risurrezione di Gesù, e questa esperienza d’amore la esprime così: “Vorrei essere il calice del Sangue divino che adoro, ma nella santa Messa io posso raccoglierlo ogni mattina. La mia anima è più cara a Gesù dei ricchi calici d’oro: e l’altare è un nuovo Calvario, dove il suo Sangue è versato ancora per me. Gesù, santissima vite, tu sai bene che io sono quel grappolo aureo che dovrà scomparire per te. Nello strettoio del dolore, ti proverò l’amor mio. Non voglio altra gioia che l’immolazione quotidiana”. 

Questa esperienza misteriosa e paradossale del cristiano, in cui il Risorto è perpetuamente presente, già irrompe per iniziare a compiere la sua opera. Solo in Cristo è innestata la nostra speranza, per sempre.

Giuseppe Liberto

Sabato Santo

Il secondo giorno del Triduo Pasquale di Morte – Sepoltura – Risurrezione di Gesù è il Sabato Santo. Come il Venerdì Santo è centrato sull’evento: “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato”, così il Sabato Santo volge lo sguardo su: “e fu sepolto e discese agli inferi”. E’ questo il giorno di silenzio e d’attesa, di riflessione e di contemplazione adorante. Silenzio e attesa sono due valori che la nostra vita attuale rumorosa e frenetica ci fa dimenticare. Occorre, pertanto, riscoprire il silenzio interiore e il tempo per saperlo ascoltare. E’ urgente ricuperare il valore dell’attesa paziente e feconda proprio nel tempo in cui si esalta la produttività e si cercano esperienze ed emozioni forti. La natura ci insegna che il grano sotterrato ha bisogno di tempi lunghi per portare frutto. Il silenzio di riflessione e di contemplazione in armonia con l’attesa di fede, di speranza e d’amore, ci conduce al culmine e al cuore di tutto l’anno liturgico: la Veglia di Pasqua.

Nella Notte Santa, la Veglia si apre sul mattino radioso e gioioso della Risurrezione. In questa Notte, il silenzio inquieto della sepoltura trasforma l’attesa di fede in trionfo di vita e di amore. Quella tomba che attrae e preoccupa, dove la morte sembra aver detto tutto e giudicato ogni cosa senza possibilità di ritorno, diventa il luogo dove rinasce la speranza perché è ridonata la vita. Il sepolcro del Signore ci evoca il simbolo cristiano del fonte battesimale: lì abbiamo lasciato l’uomo vecchio, fatto di peccato e di corruzione, lì siamo rinati come uomini nuovi risorti e trasfigurati in Cristo! Dall’evento pasquale di Morte e Risurrezione di Gesù, ha origine tutta quanta la vita cristiana e l’intero anno liturgico.

La Veglia Pasquale è una grande Eucaristia. E’ il vertice e il cuore dell’anno liturgico e il modello di ogni celebrazione domenicale che è la Pasqua settimanale. La Veglia inizia con la Liturgia della Luce, segue con la Liturgia della Parola, prosegue con la Liturgia battesimale. Questi tre momenti trovano il loro culmine nella Liturgia Eucaristica che è la più alta espressione di tutta la vita della Chiesa. L’Eucaristia di questa Notte Santa è la più significativa Azione di Grazie resa dalla Chiesa al Padre per il sacrificio del Figlio morto e risorto. Come partecipazione piena alla vita di Cristo, l’Eucaristia è, infatti, la Pasqua della Chiesa e del cristiano che in Cristo risorge e si rinnova. La Veglia è Notte di luce, di ascolto, di preghiera e di rendimento di grazie.

Il cristianesimo non è un mito, un’ideologia, un sistema dottrinale, e neppure un insieme di riti, ma una storia che ha il suo cuore e il suo culmine nell’incarnazione di Cristo. L’incarnazione, a sua volta, ha il suo centro verso cui tutto tende e da cui tutto parte: la Pasqua, che è il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla vittoria completa su tutte le potenze del male. La comunità dei credenti si raduna sempre per rivivere quest’unico evento e proclamarlo a tutto il mondo.

Venerdì, Sabato e Domenica i cristiani celebrano il Signore, Crocifisso, Sepolto e Risorto. Sono giorni santi di passione della Chiesa che rivive in sé i dolori di Cristo. Sono giorni di raccoglimento e di silenzio che ci invitano a riflettere, a meditare e a contemplare il sorprendente e sublime disegno del Figlio di Dio che ci ha amato tanto da donare la vita per noi. Sono i giorni della speranza perché in Cristo il male è stato definitivamente vinto e perché alla morte si è sostituita la risurrezione. Sono i giorni della serenità e della gioia perché la Risurrezione di Cristo, l’evento più decisivo della storia, è inizio e germe di vita risorta per tutti gli uomini. Senza questo punto di riferimento, l’esistenza cristiana è esposta al grave rischio di smarrirsi. La Pasqua è fonte e culmine, origine e termine della vita della Chiesa e del cristiano.

Un’ipotesi scientifica moderna ha tentato di spiegare l’origine del cosmo intero a partire da un solo atomo primitivo nel quale si condensava con una forza indicibile tutta la materia oggi diffusa nell’universo. Uno scoppio di potenza inimmaginabile avrebbe scagliato quella materia in tutte le direzioni formando le galassie e tutti i mondi che ci circondano. Solo dopo la sorprendente vittoria di Cristo sulla morte, il cristiano conserva accesa la certezza che la tomba, ultima parola della natura, è verità sconvolgente del vangelo che suscita nell’anima la speranza che, in realtà, le tombe del cimitero non sono la definitiva e sconsolata dimora che disfà il corpo umano, ma il luogo in cui i morti in Cristo risusciteranno per possedere la vita eterna.

La Chiesa, nella celebrazione del Sabato Santo, contemplando il santo sepolcro di Gesù, guarda tutti i sepolcri e prega perché la luce e la gioia della consolazione subentri al pianto, simile a quello di Maria di Magdala che ancora andava in cerca del suo amato Rabbuni nel giardino della risurrezione. La croce ci dice che ogni risurrezione passa attraverso la sofferenza e la morte. Con Cristo non abbiamo più paura di portare anche noi la croce con il nostro piccolo contributo di sofferenza accanto alla sua, perché venga la Pasqua di risurrezione.

E’ dalla croce gloriosa di Cristo che viene l’Eucaristia perché sia creata la Chiesa. Senza l’Eucaristia, Cristo c’è sempre: non ci sarebbe la Chiesa! La Chiesa è l’umanità che entra a far parte della Passione e Morte del Signore. Il sacrificio di Cristo non è il suo corpo morto, ma l’Amore con cui si consegna al Padre e a lui si affida. Gesù risorto è il frutto di quel sacrificio sulla croce: è solo questo l’amore che salva! 

Giuseppe Liberto

Venerdì Santo

Non è facile comprendere Dio! È difficile penetrare nel suo Mistero e percepire il riflettersi della sua immensità nella piccolezza sperduta dell’uomo.

L’offerta del Figlio suo è sfolgorante: quale Dio ha avuto un gesto simile per l’uomo, quello di donarci il suo Figlio, generato non creato della stessa sostanza del Padre! Eppure,la qualità del Dono riflette l’immensità del suo amore per noi uomini e per la nostra salvezza. Ma perché tanto amore!

La parola “amore”, oggi svuotata dal suo significato originale, non è solo affetto ed emozione, ma capacità di donare gratuitamente sé stessi. L’amore vero non cerca gratificazioni o autorealizzazioni, ma “espropriazione della soggettività”. L’amore non è spontaneità emotiva, evasione dalla propria solitudine, strumentalizzazione dell’altro per realizzare sé stessi, ma scelta cosciente e gratuita di consegnarsi all’altro in modo incondizionato. Non si tratta quindi di amore-utilità, ma di amore-gratuità e di donazione-fedeltà. Si può essere fedeli alla parola data ma ancor più al cuore donato. Fedeltà alla persona più che sola relazione con la persona.

L’Incarnazione e la Pasqua, dopo la creazione, sono il capolavoro d’arte del modo d’amare di Dio. Quest’arte d’Amore si chiama Misericordia, sublime capolavoro che unisce in simbiosi Beatitudine di Dio e miseria dell’uomo. Quest’incontro teandrico suppone da parte di chi lo dona e da parte di chi lo riceve tre virtù fondamentali: povertà, umiltà e mitezza.

Povertà: Cristo Gesù «pur essendo di natura divina svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini»(Fil 2,6-7). Cristo si spoglia della sua divinità per rivestire l’umanità facendosi carne della nostra umana natura.

Umiltà: «Umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce»(Fil 2,8).   Nessuno ha un amore più grande di colui che dona la propria vita per i fratelli. Gesù, attraverso i fatti e le parole, superando l’antico comandamento di amare il prossimo come sé stessi, ci comanda di amarci tra di noi come egli ha amato noi.

Mitezza: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28). La mitezza è una virtù che orienta verso gli altri. Chi è povero di fronte agli altri, è aperto verso i fratelli in umanità e fede. Dio, nel Figlio Gesù, si è messo a servizio degli uomini per salvarli e riunirli in un solo popolo.

Ecco allora le tre virtù di Dio-Emmanuele e dell’uomo credente. Avere il cuore libero da sé stessi e proteso verso Dio. Umiltà: humilitas cioè sciogliersi nella terra. San Paolo ci istruisce e ci orienta quando afferma: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me»(Gal 2,20). La mitezza non è la qualità dei deboli ma la virtù dei forti.

All’origine di tutto c’è sempre l’amore di Gesù che è esplosione di misericordia che accompagna la monotonia del nostro peccato e prosegue compiendosi in Lui Figlio di Dio fatto uomo e crocifisso. Siamo giustificati dall’amore misericordioso e dalla sua accoglienza mediante la fede. Di conseguenza, non sono le opere dell’uomo che giustificano con il loro valore autonomo e sterile, ma è l’opera di Cristo che suscita la novità di vita in chi lo accoglie pienamente e coscientemente.

La passione, dunque, non è il destino solo di Gesù, ma anche dei suoi discepoli. La condizione per seguirlo è il non stare a pensare a sé stessi: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Mt 16,24). La sequela non si esaurisce in un cambiamento morale, ma in un’autentica conversione personale e teologica. Personale perché, coinvolgendo tutta la persona, la conversione è radicale. Teologica perché, rovesciando il nostro modo di concepire Dio e il suo amore misericordioso, annulla il Dio costruito da noi come sostenitore dei nostri progetti e accoglie il Dio che offre il suo amore inatteso e critico nei confronti dei nostri progetti.

La sequela di Gesù comporta, dunque, il ricalcare le orme del Cristo storico, ciascuno all’interno delle proprie coordinate storiche d’amore. La Provvidenza non risparmia nessuno se la sola strada della redenzione messianica passa attraverso il Calvario. Ogni purificazione e ogni rinnovamento vengono dal sacrificio di Gesù e dalla sintonia in cui mettiamo la nostra vita rispetto alla volontà di Dio che è salvezza con la passione. Essere discepoli significa appartenere a Lui attraverso la consonanza interiore e concreta. Diversamente ci illudiamo di andare dietro al Maestro perché rendiamo vana in noi la sua passione, sterile la professione di fede, senza contenuto la vita sacramentale. Il discorso di Gesù dunque non è un programma di morte ma un itinerario di luce e di vita, di trasfigurazione. Armonizzando cielo e terra, eternità e tempo, trascendenza e immanenza, il nostro Dio povero, umile e mite ci riempie di sé, ci eleva a sé e ci trasfigura a sua immagine e somiglianza, divinizzandoci.

Giuseppe Liberto

La Cena della Pasqua

La Liturgia della Santa Messa vespertina del Giovedì Santo è celebrazione tipicamente pasquale. La Chiesa fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia, del sacerdozio e del comandamento nuovo dell’amore fraterno all’interno del dinamismo dell’unica Pasqua del Signore. La Cena del Signore, celebrata dalla Chiesa, è rivissuta come la visse Gesù nel suo transito da questo mondo al Padre. Unica Pasqua della nostra salvezza che è lo stesso Cristo, nell’ultima Cena, nella Croce e nella Risurrezione. Tre celebrazioni, dunque, indissolubilmente unite tra di loro che fanno il memoriale della Cena del Signore, della sua Passione e Risurrezione.

La Pasqua dell’Antico Testamento fu profezia del mistero della Pasqua di Cristo. Nella Pasqua d’Israele possiamo distinguere tre momenti fondamentali. Il primo con l’immolazione dell’agnello con il cui sangue si segnavano le porte degli israeliti. Il secondo è quello della liberazione dall’Egitto e il passaggio del mar Rosso. Il terzo è celebrazione liturgica dell’avvenimento salvifico che il popolo rinnovava annualmente. Rivivendo l’evento di salvezza, partecipavano alla liberazione dall’Egitto.    

Gesù ha assunto ritualmente la Pasqua d’Israele trasformandola nella Cena della nuova Pasqua sua e della Chiesa. Ha portato così a compimento sia il mistero dell’Agnello immolato attraverso la sua morte redentrice, sia il simbolo dell’Esodo liberatore dalla terra d’Egitto nella sua gloriosa Risurrezione.  All’interno di questa simmetria biblica, la Chiesa nel Triduo pasquale rinnova il memoriale dell’unica Pasqua di Gesù attualizzata in tre momenti consecutivi indissolubilmente armonizzati tra di loro. Giovedì Santo fa memoria della Cena della nuova Pasqua, Venerdì Santo celebra la Pasqua dell’Agnello Immolato, La Veglia pasquale celebra il glorioso transito di Gesù, la sua vittoria sulla morte, la piena realizzazione dell’Esodo pasquale degli Ebrei al quale la Chiesa partecipa mediante il Battesimo e l’Eucaristia. Essi sono sacramenti che ci uniscono a Cristo Crocifisso-Risorto.

La Pasqua ogni anno ha il suo inizio rituale dal mistero del cenacolo da cui è iniziata.  Se il momento culmine del Triduo pasquale è la celebrazione eucaristica della Veglia pasquale, non si può dimenticare che tutto fu annunziato nel Cenacolo e la Chiesa ha conservato nella memoria del cuore il comando del Maestro che permette di celebrare la sua Pasqua con il nuovo Rito da lui istituito: “Fate questo in memoria di me.” L’Apostolo Paolo, ai greci di Corinto che non sanno cosa sia lo zikkaron biblico, cioè la celebrazione del memoriale, istruisce: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1Cor 11, 26).

L’istituzione dell’Eucaristia, dunque, prefigura la vera Pasqua che Gesù deve patire, l’Immolazione dell’Agnello che ora offre all’umanità nella Cena come Corpo donato e Sangue versato. Venerdì Santo e Veglia pasquale si richiamano e si armonizzano concentrandosi sul mistero della Croce gloriosa del Venerdì Santo, nell’immolazione dell’Agnello. Sant’Agostino amava mettere in relazione l’etimologia di Pasqua con il tema del passaggio e scrive: “Mediante la passione, Cristo passa dalla morte alla vita e apre il cammino a tutti che crediamo nella sua risurrezione affinché anche noi passiamo dalla morte alla vita” (Enarr. in Ps. 120, 6). San Giovanni Crisostomo così ammonisce: “Tutte le volte che ti accosti all’Eucaristia con coscienza pura, celebri la Pasqua. Pasqua significa celebrare la morte del Signore” (Adv. Iud., 3, 4).  Gregorio Nazianzeno afferma: “Il Signore diede il mistero della Pasqua ai suoi discepoli nel Cenacolo, durante la Cena e il giorno prima della sua Passione” (In S. Pascha, 40, 30). Ogni volta che si celebra l’Eucaristia, è sempre Pasqua. Didimo di Alessandria lo conferma: “Celebriamo la Pasqua ogni anno e anche ogni giorno e ogni ora tutte le volte che partecipiamo al corpo e al sangue del Signore. Questo lo sanno tutti quelli che sono stati fatti degni del mistero altissimo ed eterno” (De Trinitate, 3,21).

Giuseppe Liberto

Osanna al figlio di Davide

La Settimana Santa, cuore da cui parte tutto l’anno liturgico, ha inizio con la Domenica delle Palme che celebra l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, la città della rivelazione di Dio e della salvezza dell’uomo. Il timbro della celebrazione ha un tocco messianico: Gesù di Nazaret, infatti, fa ingresso nel luogo in cui la fede biblica predice il compimento della promessa del Messia, il Figlio di Dio, Salvatore dell’uomo. I primi cristiani che celebravano soltanto la Notte Santa di Pasqua, ne erano convinti e coscienti perché comprendevano il significato del “passaggio” dalla morte alla vita vera. Nel IV secolo, Eteria, nel suo Journal de voyage, ci tramanda la liturgia di Gerusalemme, dalla Domenica delle Palme in poi. Nel celebrare la Settimana Santa c’è però il pericolo di frammentare l’avvenimento storico di Morte e Risurrezione drammatizzando le celebrazioni.

Con il trionfo degli Osanna, inizia l’ingresso di Gesù in Gerusalemme e si entra così nel cuore del mistero pasquale. «Esulta grandemente, Figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9,9).Il profeta Zaccaria già annunziava che il re messianico, rinunciando all’apparato fastoso dei re storici e all’antica cavalcatura dei nobili principi, avrebbe fatto ingresso a Gerusalemme. Prima di soffrire la passione e la morte, Gesù fece l’ingresso trionfale nella città santa, realizzandolo con l’umile semplicità di chi sta vivendo un evento importante e misterioso della propria vita attraverso l’irrinunziabile cristologia di Figlio dell’uomo. Gli evangelisti raccontano che il Maestro, trovandosi presso il monte degli Ulivi, ordinò a due discepoli di prelevare un puledro. I personaggi importanti, come anche i guerrieri, montavano il cavallo, perché il puledro era la cavalcatura dei poveri, dei semplici, dei pacifici. Gesù salì sopra il puledro e si diresse verso Gerusalemme. Mentre avanzava verso la città, la folla stendeva i mantelli sulla strada cantando: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!” (Lc 19,37-38). Matteo e Marco, oltre ai mantelli, aggiungono fronde e rami d’ulivo tolti dagli alberi. Luca ci descrive la reazione di tenerezza di Gesù che, in vista della città santa, piange su di lei che lo rifiuta e lo condanna. Quelle lacrime non sono d’impotenza, ma di amore, di delusione, di sconfitta. Per la città che lo rifiuta, Gesù prova profondo dolore. L’ingresso trionfale non piacque ai farisei e agli avversari di Gesù. Alcuni farisei, infatti, pretendevano che il Maestro imponesse ai discepoli di tacere, ma la risposta fu tagliente: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (cf Lc 19,41-44).

Perché Gesù ha voluto compiere questo gesto di trionfo in Gerusalemme, centro dell’ebraismo e custode della promessa messianica? Matteo lo annota diligentemente: “Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma” (21,4-5). L’applauso e l’entusiasmo della folla, anche se sinceri e spontanei, si erano fermati ai soli gesti prodigiosi, al puro aspetto antropologico. Gli interessi umani impedivano di percepire pienamente Gesù di Nazareth come uomo-Dio.

Radicalmente diverso era l’atteggiamento dei farisei e degli avversari, i quali pretendevano addirittura che non si inneggiasse col grido degli Osanna. Contro di loro, Gesù lanciò la sfida dicendo che le pietre si sarebbero sostituite ai discepoli. Chi chiude gli occhi del cuore alla verità si rende incapace di percepirla. Il rifiuto di Cristo esclude l’uomo dal suo Regno di luce e di pace. Gesù non vuole discepoli muti ma credenti che nel silenzio del cuore credono e con il canto della bocca professano la fede che vivono con la vita. Il vero credente non cade mai nell’equivoco della folla che vede in Gesù un personaggio che si accredita come re con il potere temporale di questo mondo.

Gesù, consapevole che la sua regalità è oblazione, offerta e immolazione, dinanzi a Pilato rivelerà la vera natura e l’identità del suo Regno che non è di questo mondo. Egli assume la condizione di “Servo sofferente” e s’immola sulla croce per redimere l’umanità e riconciliarla con Dio. Ogni giorno Gesù fa l’ingresso nelle nostre città, nelle nostre case, nelle nostre chiese, nel nostro cuore: ai credenti sono richieste solo le opere che testimoniano la fede.

La processione delle palme non è azione scenica mimata che commemora l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Essa è memoria della salita al Calvario di Gesù assieme al popolo santo di Dio che ci conduce verso il luogo del sacrificio della croce reso presente nella celebrazione della Divina Eucaristia. Il cammino che Gesù ha percorso per tutti noi è il cammino della nostra salvezza, vita e risurrezione. Ogni volta che saliamo con Gesù verso il calvario del dolore, egli non ci lascia soli. La sua grazia ci “inchioda” a sé per donarci lo splendore della Croce glorificata e farci cantare in entusiasmo assieme agli Osanna, l’inno “Gloria, laus et honor tibi sit”, in attesa che l’Exsultet e gli Alleluia diano voce alla gioia pasquale della Risurrezione.

Giuseppe Liberto